Nicola Pagani 3a A Liceo Ginnasio statale Ugo Foscolo - a.s.2000-2001
Kuhn:
la scienza dopo il Positivismo:
la
risposta epistemologica al positivismo
Prefazione
Kant, Comte, Popper
Ippocrate: la nascita dell’epistemologia?
Il
positivismo e la sua diffusione nella letteratura di fine ‘800
Il
verismo (struttura operativa e alcuni testi di Capuana e Verga)
Naturalism
in Dubliners by Joyce
L’evoluzione del filosofo Kuhn nell’epistemologia del Novecento
La struttura delle rivoluzioni scientifiche
il campo gravitazionale come paradigma per il campo elettrico
Biografie
Il percorso che esporrò sarà incentrato su un saggio di epistemologia di T.S. Kuhn: “La struttura delle rivoluzioni scientifiche” (1962). Il testo di Kuhn si può considerare ormai un "classico[1]" per l'indiscussa originalità teoretica, ed è coerente con un curriculum liceale di storia della filosofia in quanto fortemente legato all’epistemologia otto-novecentesca, con l’assunzione di alcune teorie come proprio implicito retroterra culturale o, rispetto ad altre, con un’esplicita dichiarazione di antitesi. La personalità dell’autore, l’argomento trattato e il titolo del saggio ne dichiarano il carattere pluridisciplinare prima ancora del contenuto, che affianca all’ argomentazione filosofica alcuni celeberrimi dibattiti interni alla scienza, in qualità di supporto o di vero e proprio punto di partenza delle proprie tesi.
Sintetizzare
però la congerie di autori, pensatori e scienziati, che verrà in seguito
esposta passo-passo, e lo stesso saggio sopra citato, facendone emergere il
confronto sul solo tema del rapporto scienza-filosofia (o scienza-metafisica)
sarebbe però eccessivamente riduzionistico e conseguentemente condurrebbe ad un
fraintendimento nella comprensione di ciascuno di essi singolarmente nei loro
ambiti. Proprio per evitare ciò si
è cercato di procedere il più possibile in modo lineare, senza racchiudere in
compartimenti stagni il confronto con il presunto “centro dell’
argomentazione” secondo i molteplici punti di vista su di esso,
pur all’ interno di una struttura argomentativa orizzontale e verticale
(necessaria a fini di chiarezza) basata sull’ ipertesto.
Kant,
Comte (e il positivismo), Popper e Kuhn costituiranno l’impianto filosofico di
questo percorso: il punto di riferimento rimangono Kuhn e il suo saggio, gli
altri autori verranno proposti (sempre con il tentativo di rispettare le
avvertenze di cui sopra) secondo una traccia che tenderà ad evidenziarne gli
aspetti inerenti l’ epistemologia e in particolare l’ epistemologia di Kuhn.

Il positivismo, pensiero ancora attuale per la sua diffusione capillare (soprattutto all’interno delle varie discipline scientifiche), pervenne a risultati dall’alterno e spesso discusso successo nelle sue versioni artistiche e speculative. Ho voluto pertanto mostrare alcuni effetti del pensiero positivistico nella letteratura e nell’arte figurativa, accostandomi a quei fermenti culturali e quelle correnti artistiche che si autodefiniscono e operano in relazione al progresso e alla scienza (naturalismo e verismo), nonostante la dimensione comunque allotria dell'arte rispetto alle problematiche dell'epistemologia. Ne risulterà un percorso “orizzontale” e “verticale”: orizzontale nell'approfondimento del momento del positivismo (sue radici e diffusione), verticale nell’analisi del superamento epistemologico del concetto di scienza da esso proposto, secondo un’ipotesi ermeneutica che considera il primo indispensabile per la seconda.
Ho
cercato inoltre di mettere in luce alcuni temi scientifici proposti nel saggio
di Kuhn, avvalendomi peraltro proprio di quei manuali scolastici che risultano
così centrali nelle sue riflessioni sulla scienza normale.
Kant, Comte, Popper
Kant,
il filosofo della distinzione come momento costitutivo del pensiero, introduce
in modo implicito sin dalla sua fase precritica una pluralità di punti di vista
possibili sul mondo, ciascuno con una propria logica interna: una pluralità di
domande possibili da porre alla realtà, una pluralità di interpretazioni del
reale e una necessità rigorosa di comprendere la portata di ogni prospettiva
nelle sue possibilità e nei suoi limiti (à
Locke). In particolare, nella prima
delle tre critiche, la Critica della ragion pura, egli, partendo da un’
interrogativo gnoseologico (circa le possibilità della conoscenza umana e i
suoi limiti), raggiunge una sistemazione epistemologica: i termini gnoseologici
Verstand e Vernunft, se trasposti sul piano epistemologico, diventano lo
strumento umano di comprensione della scienza e della metafisica. La metafora
kantiana della colomba esemplifica la relazione intercorrente fra queste due
dimensioni Essa, volando frenata e
nel contempo sostenuta dall’ aria, ritiene di poter volteggiare nel vuoto con
più agio, mentre nel vuoto sarebbe proprio la mancanza di quella resistenza -
supporto (l’ aria) ad impedirle di volare.
Il limite e le possibilità dell’ intelletto umano risultano pertanto
proprio in quella realtà fenomenica sulla quale è possibile costruire una
scienza del progresso, laddove nel
“vuoto” della realtà noumenica al contrario risiede la metafisica nella sua
staticità. Le idee della metafisica mantengono un valore teoretico proprio che
verrà sviluppato nelle due critiche successive: esse, perso il loro valore
costitutivo, mantengono tuttavia un valore regolativo nei confronti dell’
intelletto e quindi della ricerca scientifica.
Pertanto, pur nella loro impossibilità di raggiungere uno status rigorosamente
scientifico, le idee della metafisica non sono unicamente illusioni, bensì un
ineliminabile tentativo di estensione alla totalità, un incitamento all’
ampliamento reale delle nostre conoscenze, una guida e un punto di riferimento
costante per lo scienziato e per la comunità scientifica.
Dal
punto di vista metodologico, Kant non può prescindere dalla demolizione della
causalità di Hume; diventa così di centrale importanza la domanda: “come
ritrovare un sapere scientifico progressivo, fecondo, universale e necessario
con questa premessa?” (Popper si domanderà un secolo e mezzo dopo: “come
risolvere il problema dell’ induzione?”).
Come coniugare il carattere della scienza in quanto scopritrice di sempre
nuove nozioni e il suo carattere universale? La risposta di Kant (abbandonata da
Popper) individua nel soggetto umano il centro delle rappresentazioni del mondo
compiute dagli uomini: Egli introduce le forme trascendentali, strutture cognitive
comuni a tutti gli esseri umani, attraverso le quali la realtà noumenica dopo
essere stata filtrata ci appare nella sua fenomenicità. I giudizi formulati sul mondo saranno così dipendenti dalle
forme trascendentali: la realtà percepita dagli uomini si configura come una
possibile realtà, strutturata ed organizzata secondo il tipo di domande che
l’ uomo può porre proprio in quanto essere umano. Con queste premesse è
possibile introdurre un giudizio sintetico a priori, in cui un predicato
aggiunga qualcosa di nuovo al soggetto, secondo un criterio “a priori”
(garantito dalle forme) che ne assicura l’ universalità e la necessità per
gli esseri umani.
Nel
positivismo e in particolare in Comte (Corso di filosofia positiva)
la posizione del Kant della prima critica viene contemporaneamente riproposta ed
estremizzata, ma svuotata del suo significato generale: da una filosofia della
distinzione si passa ad una filosofia della totalità che, proprio attraverso la
abiura e la svalutazione della metafisica, elegge la scienza a interprete unica
della società, del mondo e della realtà nel suo complesso. Uno scientismo
dunque che, con una scienza centrale, onnidirezionale e monolitica non riconosce
alla metafisica neanche un valore regolativo; le problematiche filosofiche sono,
in ultima analisi, sempre svuotate del loro valore teoretico e riducibili a
problematiche scientifiche. Diventa
così centrale il fattuale, l’ obiettivo, il positivo, l’ elemento
incontrovertibile, per una scienza della verificabilità e del continuo
progresso.
In un
secolo di grande espansione scientifica, tecnica e tecnologica -il secolo
dell’ industrializzazione- il positivismo esercita una enorme influenza
culturale nella società e nell’ arte, raggiungendo un’ altissima diffusione
nella cultura comune, grazie anche ad un’ intrinseca semplicità e ad una
centralità del momento del progresso. Ancora oggi lo scientismo positivista
costituisce l’orizzonte di pensiero di numerosi scienziati, nonostante esso
sia stato largamente superato filosoficamente e non abbia mai realmente
costituito un originale punto di riferimento teoretico.
Popper
in quanto epistemologo (forse il più importante del ‘900) diceva di sé che
la propria importanza era legata alla confutazione del neopositivismo. Il
neopositivismo nel ‘900 (anni ’20 e ’30) era una corrente fortemente
legata al circolo di Vienna, cui Popper era legato a livello personale e che
aveva avuto proprio nei suoi confronti il merito di averlo iniziato alle
problematiche epistemologiche. Esso riproponeva tesi del positivismo
ottocentesco, la proposizione scientifica come unico tipo di affermazione
verificabile e pertanto dotata di senso, svalutando ogni altro possibile
giudizio come puro flatus vocis, e era giunto nel suo slancio passionale
a produrre una posizione di ateismo semantico, una dimostrazione dell’
inesistenza di Dio legata all’ insensatezza e impossibilità di verificare
ogni affermazione relativa a Dio.
Partendo
dal problema dell’ induzione, che Popper svaluta dal punto di vista logico
nella sua incapacità di raggiungere una conoscenza universale, egli ribalta la
tesi del verificazionismo neopositivista: una teoria risulta scientifica,
quando è falsificabile. La forza della scienza risiede proprio nella sua
debolezza, nella sua apertura a costanti progressi, nel suo essere una strada
infinita in una sorta di “rivoluzione permanente”. Egli abbandona la strada
seguita da Kant di giustificazione della scienza su base trascendentale e “a
priori”, ma da esso riprende l’ idea che le ipotesi metafisiche
costituiscano il quadro di riferimento indispensabile per la scienza e che non
si possa privarle del loro valore di cornice.
Dal
confronto con Adler emerge la sua contrapposizione rispetto a quelle dottrine
(psicoanalisi, marxismo, oltre al positivismo) che, pur professandosi
scientifiche, ignorano la dimensione costitutiva e fondamentale della scienza:
la falsificabilità. In una equilibrata teoria filosofica che aborre la totalità
anche in campo politico (vs Platone – politeia,
Hegel – dottrina dello stato etico e Marx) riaffiora pertanto ancora una
volta, come filosofia di riferimento, l’illuminismo kantiano della distinzione
e dei punti di vista, oltre ad un empirismo che si sostituisce e ribalta il
concetto di “positivo”.
Il testo di Ippocrate,
costituisce forse il più antico esempio di riflessione epistemologica che
possediamo
Alla
fine del V secolo si colloca anche un generale dibattito sulla validità
scientifica delle singole tecnai,
che avevano cercato di affermare la loro autonomia liberandosi dai
condizionamenti imposti dal pensiero filosofico. La tecnh
medica era stata considerata sia da Eschilo sia da Sofocle una tra le massime
conquiste dell’uomo nella sua storia; Platone nello Ione la collocava
addirittura al vertice delle tecnai,
seguita dalla matematica.

All’invadenza
della filosofia nella medicina si riferisce polemicamente L’antica medicina
(PERI ARCAIHS IHTRIKHS ),
uno dei trattati di maggiore elaborazione e profondità metodologica, che
esprime critiche radicali nei confronti dei medici-filosofi, e in generale con
quanti volevano spiegare la costituzione del corpo umano e le sue patologie
servendosi di un postulato semplificatore (come il caldo, il freddo, il secco o
l’umido). Il medico non rinuncerà a capire la natura dell’uomo, ma a questa
conoscenza arriverà non in base ad astrazioni filosofiche, ma attraverso la
pratica medica stessa: ecco dunque la preferenza per un approccio empirico e
poco vincolato a schemi astratti, basato sulla costante osservazione del decorso
delle malattie e sui risultati terapeutici raggiunti in passato. Per
giustificare la validità della tecnh
si traccia una storia della medicina: attraverso un processo continuo, dalle
prime esperienze sui diversi cibi e sui modi di renderli adatti all’uomo, si
è formato un patrimonio di conoscenze che, con la flessibilità dovuta al
variare dei fattori, permette di trovare una cura per le diverse affezioni.
Ippocrate
dimostra così che la medicina ha una storia e un metodo acquisiti con
l’esperienza: in lui troviamo espresso il concetto di progresso e ricerca in
campo scientifico. Nel discorso metodologico l’immagine è quella del cammino
(odoV):
la scienza si basa sull’accumulo del sapere e sulla ricerca, non si può fare
a meno delle scoperte precedenti e quello che manca si scoprirà, ci sono
infiniti ambiti ancora aperti.
il primo degli Aforismi del Corpus
Hippocraticum recitava: “La vita è breve, l’arte lunga, …”
Venendo al settore umanistico, occorre sottolineare il grande rilievo che ebbe lo storico della letteratura francese Hippolyte Taine (1828-93), cui va riconosciuto l’impegno nell’estendere il metodo positivista alle discipline letterarie e artistiche, riconoscendo alla base di ogni opera d’arte e creazione intellettuale tre elementi costitutivi: la razza, l’ambiente, il momento storico (<<race, milieu, moment>>). L’ arte sarebbe perciò il risultato di questi fattori, dunque un organismo sistematico fondato anch’esso su precisi tratti determinanti e determinabili, verificabili concretamente nelle loro leggi socio-ambientali-storico-culturali.
Solo sullo sfondo di un clima positivista, la tendenza filosofica implicita più feconda in altri ambienti culturali, si può capire la rapida e clamorosa affermazione del Naturalismo letterario francese. Espressione letteraria della cultura positivista, il Naturalismo sostituì alla narrativa di ispirazione sentimentale e psicologica il romanzo-documento-indagine, che analizzava i meccanismi delle vicende umane con la stessa freddezza clinica con cui uno scienziato si chinava a studiare il fenomeno naturale. Dietro l’ ambizione scientifica e sperimentale dello scrittore naturalista sta la certezza tipicamente positivista che i fatti morali e sentimentali sono governati dalle medesime leggi riscontrabili in natura.
In Italia, soprattutto con gli anni ’90 dell’Ottocento, il positivismo in letteratura assume un atteggiamento differente. Metodo di lavoro, e non sistema ideologico globalizzante, non dottrina compiutamente intesa. Al Positivismo faranno riferimento certi critici, storici della letteratura, storici della lingua, filologi, che applicano all’indagine storico-letteraria i metodi delle scienze esatte. Al positivismo come “metodo” fanno pure riferimento le operazioni letterarie del nostro Verismo. Basterà ricordare le parole del maestro del Verismo, Giovanni Verga, che interrogato nel 1894 da Ugo Ojetti in un’ intervista, risponde da letterato appunto e non da ideologo: <<Il nostro è un metodo […] non è un pensiero, ma un modo di esprimere il pensiero>>. Proprio gli anni novanta, in tutta Europa e dunque anche in Italia, vedranno il declino e la crisi del movimento Positivista.
Il verismo (struttura operativa e alcuni testi di Capuana e Verga)
I. Considerare un tranche de vie (pezzo di vita- termine diffuso nel dibattito promosso dal naturalismo francese) à (Malavoglia, famiglia di un piccolo paesino siciliano)
II. Analizzarlo accuratamente (con caratteri scientifici)
III. Mettere in evidenza i meccanismi che determinano il verificarsi di situazioni
Di un’azione si studiano:
a) cause
b) effetti
Il susseguirsi degli eventi risulta segnato da un determinismo il cui primo movente risulta la lotta per l’esistenza (struggle for life) e il tentativo di migliorare la propria condizione sociale.
IV. Scrivere in modo che il romanzo sembri farsi da sé (non deve risultare visibile la mano dell’autore)
a) discorso indiretto libero (Erlebte Rede)
b) uso della terza persona
c) stile asciutto, paratattico, senza indugi di tipo descrittivo o osservazioni soggettive
d) lingua di uguale altezza della materia trattata (un sapore di Sicilia rimane nella pagina di Verga)
· lessico italiano
· sintassi vicina al siciliano
· uso di forme dialettali
· nomi propri che rievocano la realtà storica meridionale
Da Per
l’arte, Luigi Capuana (1885)
Il romanziere moderno è uno scienziato,
aggiungiamolo subito, dimezzato. Lo scienziato, appena creato o scoperto un
processo (val tutt’ una) è più fortunato di quello: può riprodurne il fatto
a piacere, quante volte gli garba, e può servirsi di tal processo per scopi più
belli e più ragionevoli che non siano quelli della Natura.
Il suo “fatto” avviene fuori di lui, è il suo schiavo.
Il romanziere moderno, invece, dopo che
ha scoperto o creato un processo (ripetiamolo: val tutt’ una) non può
verificare il fatto, non può riprodurlo a suo piacere. E’ una inferiorità
naturale, invincibile: non sappiamo che farci. Ma voi vi lamentate contro
ragione, perché egli si serve, precisamente, come facevano i suoi predecessori,
degli spessissimi elementi dell’opera d’arte. Per rappresentare, per far del
vivo ci vogliono sempre quelle due divine facoltà: la fantasia,
l’immaginazione, che potrebbe anche darsi siano un’identica cosa.
Vi dirò anzi che il romanziere moderno
ne adopera oggi in maggior quantità che non quelli del passato. Come potete
affermare di no, se egli ha rinunciato volontariamente a tutti i mezzucci di
effetto della vostra vecchia retorica?
Trovatemi venti righe di descrizione
oziosa nelle cose del Verga, e vi darò causa vinta.
Se quel suo dialogo narrato, se quella
sua narrazione parlata del personaggio, che dànno tanto sui nervi all’amico
Scarfoglio (mi permetta di dirglielo l’amico mio, egli questa volta è andato
fuor di carreggiata per troppa foga); se quella semplicità di mezzi ottiene un
effetto di colorito, di rilievo, di movimento, di vita vera, come nessun
romanziere di trent’anni fa se l’è mai sognato, da che diavolo dunque
proviene questo? Dalla fantasia, dall’immaginazione! Sissignori! E da
null’altro. Ed ego autem dico vobis v’è cento volte più ricchezza,
più sfoggio d’immaginazione in mezzo volume dei Malavoglia, che non in
tutti i Montecristo, i Tre Moschettieri, i Misteri di Parigi
e simili libri presi insieme.
Da
I Malavoglia, Giovanni Verga (1881) – prefazione
[…]
Chi osserva questo spettacolo non ha il
diritto di giudicarlo; è già molto se riesce a trarsi un istante fuori del
campo della lotta per studiarla senza passione, e rendere la scena nettamente,
coi colori adatti, tale da dare la rappresentazione della realtà com’è
stata, o come avrebbe dovuto essere.
Naturalism
in Dubliners by Joyce
Joyce,
one of the most important writers of the XX century, in the first section of his
literary production shows some naturalistic devices. In Dubliners, Joyce
portrays some characteristic situations which could reveal the historical,
social and psychological forces that Dubliner’s life and led them to a moral
and psychological paralysis. In this description, he proceeds from the
individual to the general, and from childhood to mature and public life. He says:
“I have tried to present […] (Dublin’s paralysis) under four of its
aspects: childhood, adolescence, maturity and public life. The stories are
arranged in this order.”.
The
remarkable amount of details gives a realistic, naturalistic portrait of the
city Joyce lives in, but naturalism is combined with symbolism. Such details do
not serve a merely descriptive purpose, but often have a further, deeper meaning.
Also
in his narrative technique, he perceives realistic
and naturalistic purposes, he rejects the omniscient narrator and the single
point of view: each story is told from the perspective of the character.
Narrated monologue, in the form of indirect thought and often of free indirect
thought, is widely used: it consists in the presentation of the protagonist’s
thoughts through limited mediation by the narrator, and allows the reader to
acquire direct knowledge of the character.
Finally,
in order to recollect the whole Joyce’s taught as regards this work, we can
report a quotation: if Dublin would have been destroyed (he said), it would be
possible to rebuild it using his texts as a map.
Il
neopositivismo negli anni 50-60
Per
meglio mettere in luce la posizione di Kuhn, conviene ricordare la concezione
della scienza che dominava alla fine degli anni cinquanta e che si fondava sui
lavori di autori come Carnap, Hempel,
Reichenbach,
Nagel. La scienza, secondo questa corrente ispirata al neopositivismo di cui si
è sinteticamente accennato sopra, si fonda su alcuni punti essenziali:
Naturalmente
non tutti gli autori erano d’ accordo su tutti i punti, ma nel complesso era
questa l’immagine complessiva del lavoro scientifico che guidava gli studi in
quegli anni.
L’evoluzione
del filosofo Kuhn nell’epistemologia del Novecento
Lo
storico delle scienze è un narratore che deve cominciare il suo racconto
preparando la scena, cioè descrivendo le convinzioni e specificando il
vocabolario degli attori del passato. Deve affrontare problemi di traduzione,
nella consapevolezza che nelle scienze, come in letteratura, le difficoltà di
traduzione hanno la stessa causa, cioè l’incapacità del linguaggio di
conservare le relazioni strutturali fra le parole.
Nell’epistemologia
del Novecento la prospettiva neopositivista e quella di Popper risultano per
certi versi analoghe: entrambe condividono una concezione unitaria del metodo
scientifico, prestano più attenzione alla giustificazione delle teorie che alla
loro scoperta, inseguono un criterio di demarcazione fra scienza e non scienza,
movendo dalla premessa che si possono distinguere aspetti osservativi e teorici.
E’ in particolare con Kuhn (e poi con Feyerabend) che tali presupposti vengono
sottoposti a critica radicale. Nel caso di Kuhn, è la storia della scienza ad
offrirsi come luogo di confronto delle tesi epistemologiche: la storia doveva
essere considerata “come qualcosa di più che un deposito di aneddoti o una
cronologia”, non poteva ridursi a serbatoio di esempi che confermassero
l’immagine del progredire del sapere per congetture e confutazioni (del resto,
proprio Popper ci ha spiegato che chi cerca conferme le trova sempre).
La scienza dimentica facilmente il proprio passato, tende ad interpretarlo alla luce del presente, sulla base del “paradigma” del giorno; si finisce così per veicolare l’idea che la scienza proceda in modo lineare e cumulativo, da antichi precursori a futuri eredi. Ma se proviamo a leggere gli scritti scientifici del passato inseguendone la coerenza interna e nel loro contesto culturale, scopriamo che non sempre gli antichi concetti si riferivano alle stesse realtà cui si rivolgono oggi. E’ come se, prima di Copernico o di Einstein, si guardasse il mondo in modo diverso da oggi, si vedesse un’anatra là dove noi vediamo un coniglio, per riprendere la figura ambigua, resa nota dagli studiosi della Gestalt e ripresa nelle Ricerche Filosofiche di Wittgenstein.
Proprio questi mutamenti percettivi, questi slittamenti di significato, ci impongono di riconoscere l’esistenza di rivoluzioni scientifiche: la storia delle scienze è percorsa da fratture, da discontinuità, e la variazione di un paradigma trasforma i fatti stessi presi in considerazione (l’energia e la materia non sono più la stessa cosa dopo Einstein).
Non esiste dunque una base comune, un identico mondo osservabile, che possa fungere da terreno di confronto fra le teorie: dall’attenzione filologica alla storia delle scienze emergeva così quella nozione di incommensurabilità fra teorie e paradigmi, a cui negli stessi anni giungeva Feyerabend. Gran parte della riflessione successiva a Kuhn, fino alla morte nel 1996, cercherà di chiarire tale nozione, come attestano i saggi raccolti in Dogma contro critica, due dei quali risalgono ai primi anni Sessanta, gli altri agli anni Ottanta e Novanta. I saggi raccolti in Dogma contro critica, permettono inoltre di apprezzare un significativo mutamento in Kuhn: il lessico della psicologia (gestaltico o piagetiana) e della sociologia cede il passo a quello della linguistica e della critica letteraria (anche per la vicinanza con Noam Chomsky, al Mit di Boston, dove Kuhn insegna dal ’79). Se i paradigmi forniscono i filtri, gli “a priori” della conoscenza (era proprio Kuhn a proclamarsi un “kantiano con categorie mobili”), l’incommensurabilità non è più una conseguenza dei modi diversi di percepire il mondo, ma dell’adozione di differenti vocabolari concettuali: diviene una sorta di intraducibilità. Le rivoluzioni mutano la struttura lessicale e dunque cambiano i sistemi di classificazione, la tassonomia utilizzata dagli scienziati; gli oggetti vengono ridistribuiti secondo categorie differenti, la Terra e la Luna entrano in nuove relazioni di somiglianza dopo Copernico, la caduta dei gravi entra in nuovi insiemi di fenomeni dopo Galileo… “lo storico diventa bilingue”.
La struttura delle rivoluzioni scientifiche
Come scrittore, Kuhn persegue chiarezza ed efficacia (non svincolate da un’acuta analisi dell’oggetto della sua ricerca), mediante il ricorso a due strategie di discorso: un sistematico uso di immagini concrete attinte dall’ambito scientifico per rappresentare processi astratti e una schematicità che risulta individuabile nella singola pagina e nel singolo passaggio argomentativo. Tale schematicità si riflette anche nella macrostruttura del testo, la successione dei capitoli costituisce infatti ottimo esempio di (estrema) sintesi del percorso argomentativo e filosofico proposto:
I.
Introduzione: un ruolo per la storia
II.
La via verso la scienza normale
III.
La natura della scienza normale
IV.
La scienza normale come soluzione di rompicapo
V.
La priorità dei paradigmi
VI.
L’anomalia e l’emergere di teorie scientifiche
VII.
La crisi e l’emergere di teorie scientifiche
VIII.
La risposta alla crisi
IX.
La natura e la necessità delle rivoluzioni scientifiche
X.
Le rivoluzioni come mutamenti della concezione del mondo
XI.
La invisibilità delle rivoluzioni
XII.
La soluzione delle rivoluzioni
XIII.
Progresso attraverso le rivoluzioni
La prima metodologica affermazione di Kuhn è: “La storia, se fosse considerata come qualcosa di più che un deposito di aneddoti o una cronologia, potrebbe produrre una trasformazione decisiva dell’immagine della scienza […]”. Con un tale atteggiamento, ne risulta una scienza dell’accumulazione, le cui verità tendono asintoticamente al reale senza fratture, con una ricerca nell’epoca passata che tende a privilegiare “i contributi permanenti che quella ha apportato al nostro benessere attuale”: una cifra di pensiero neopositivista, superata dall’epistemologia moderna, ma ancora così radicata nei libri che fungono da manuali scolastici o universitari delle diverse scienze (il significato di tale radicamento verrà trattato più avanti). Quello proposto da questo saggio è un modello storico-epistemologico differente, la singola scienza procede attraverso differenti stadi di “scienza normale”, interposti ai quali si collocano i momenti di “rivoluzioni scientifiche” e di “scienza straordinaria”.
La “scienza normale” presenterebbe, se scevra da un contesto scientifico caratterizzato dall’elemento dell’anomalia e della rivoluzione, caratteri simili alla scienza tout court secondo il positivismo. Essa procede per accumulazione e secondo un tentativo di “incasellare” al proprio interno ogni risposta fornita dalla natura. Il lavoro dello scienziato si configura pertanto simile a quello di un risolutore di enigmi: puzzles e rebus la cui eventuale mancata risoluzione risulta imputabile al solo scienziato e non all’intera teoria.
Dominante nell’ambito della scienza normale è quindi il paradigma, introdotto nella comunità scientifica attraverso lo studio dei manuali, che anche per questa ragione hanno la tendenza di cui sopra a reinterpretare i momenti scientifici passati secondo la teoria in auge. Essi costituiscono le coordinate del campo di indagine, i principi di fondo, gli esperimenti standard, le applicazioni tipiche della disciplina, le “conquiste scientifiche universalmente riconosciute, le quali, per un certo periodo, forniscono un modello di problemi e soluzioni accettabili a coloro che praticano un certo campo di ricerche”.
Il passaggio al nuovo paradigma e alla nuova fase di scienza normale, passa attraverso una rivoluzione, una fase di “scienza straordinaria”, in cui lo scienziato è portato inevitabilmente a porsi problematiche di carattere epistemologico; di qui la tendenza tipicamente positivista e neopositivista degli scienziati a occuparsi, con esiti alterni e talvolta risibili, di problematiche filosofiche anche di più vasto respiro. La comunità scientifica attraversa una fase di “riorientamento gestaltico” che Kuhn esemplifica con alcune metafore, “i segni sulla carta che dapprima erano visti come un uccello, sono ora visti come un’antilope o viceversa”.
La scienza pertanto non si fa portatrice di un criterio di verità che abbia la pretesa di comprendere la realtà in modo asintoticamente crescente, ma costruisce sé stessa sulla base di paradigmi sempre più efficaci rispetto agli elementi nelle mani dello scienziato. E’ una scienza con dei punti fissi sempre potenzialmente in discussione e che coniuga il momento popperiano della falsificabilità con il momento della stabilità e della risoluzione “normale” di enigmi (questo secondo momento nasce anche e soprattutto da esigenze “pratiche” di lavoro). Centrale è la rivoluzione, ma non si tratta più una rivoluzione permanente, per usare un termine di Feyerabend (l’allievo di Popper).
PERIODO
PARADIGMA E
ANOMALIE E
RIVOLUZIONE
PREPARADIGMATICO
à SCIENZA NORMALE à CRISI
à SCIENTIFICA
Il campo gravitazionale come paradigma per il campo elettrico
Dalla somiglianza fra la teoria del campo gravitazionale e quella del campo elettrico si potrebbe subire una qualche sorta di “fascino dell’identico”: secondo Kuhn tale reazione sarebbe del tutto inadeguata ed inappropriata.
Una concezione del reale lontana da Kuhn può portare alla convinzione che alle simmetrie nelle teorie fisiche e scientifiche in generale corrispondano simmetrie nel reale: questo può a sua volta portare a dimostrazioni dell' esistenza di Dio per inferenza a partire dall’ordine del mondo (come è recentemente accaduto con il celebre fisico Zichichi).
Pur nella consapevolezza che le due teorie sono parti di ambiti scientifici adiacenti ma non coincidenti, mi accosterò ai concetti di campo elettrico e di campo magnetico cercando di metterne in evidenza i punti di contatto.
Le domande poste da Coulomb alla natura circa il fenomeno elettrico ricalcano le domande poste alla natura in sede di analisi quantitativa del fenomeno gravitazionale (esperimento di Cavendish à bilancia di torsione). Le risposte, spesso positive, di volta in volta ottenute con il metodo sperimentale confermano e contemporaneamente stimolano la comunità scientifica a procedere nella direzione di una costruzione mentale che descriva, interpreti, approfondisca il fenomeno dell’elettrostatica come Newton aveva fatto con l’interazione gravitazionale. Nascono così i concetti di campo elettrico e di potenziale. Si tratta di funzioni matematiche che associano ad ogni punto del piano un vettore (nel caso del campo) o uno scalare (nel caso del potenziale), nei quali l’intervento delle umane “categorie mobili” (à Kuhn) risulta particolarmente evidente. Nello studio del campo magnetico, risulta così centrale anche la non conservatività e la mancata possibilità di definire il concetto di potenziale.
“E’ importante osservare la differenza tra il campo elettrico generato da cariche elettriche ferme e l’induzione magnetica: il campo elettrico ha la circuitazione sempre nulla ed è perciò un campo conservativo; l’induzione magnetica, invece, ha la circuitazione uguale al prodotto di m0 per la corrente totale concatenata con il cammino chiuso e pertanto non è conservativa” - Dalla meccanica alla costituzione della materia 2, A. Caforio, A. Ferilli.

Risulta pertanto evidente in questo caso come tale rapporto non dipenda da m.
L’esempio mostrato mette in evidenza il caso di un campo generato da una massa puntiforme: tale nozione può in realtà essere estesa ad altri casi di campo gravitazionale, ad esempio il campo gravitazionale costante oppure situazioni più complesse di campi generati da più masse.


Anche in questo caso dunque, risulta evidente come tale rapporto non dipenda da q.
L’esempio mostrato mette in evidenza il caso di un campo generato da una carica puntiforme: tale nozione può in realtà essere estesa ad altri casi di campo elettrostatico, ad esempio il campo elettrico costante oppure situazioni più complesse di campi generati da più cariche (di un curriculum liceale dell’ultimo anno di fisica in particolare fa parte lo studio del campo elettrico costante).
Una volta introdotta la nozione di campo, risulta naturale proporre il concetto di circuitazione, che nel caso del campo gravitazionale generato da una massa puntiforme e nel caso del campo elettrico generato da una carica puntiforme, è sempre 0, lungo qualunque cammino chiuso. Questa particolarità permette di descrivere tali campi con una funzione a valori reali: il cosiddetto potenziale gravitazionale o elettrico.
Considero la definizione di potenziale elettrostatico, generato da una carica
puntiforme (analogo discorso si può fare per il campo gravitazionale). Poiché
la circuitazione del campo lungo ogni linea chiusa è 0, la circuitazione del
campo fra due punti qualsiasi A e B dello spazio non dipende dalla particolare
traiettoria seguita e dunque, se fissiamo un punto A possiamo definire
![]()
B à U(B) = circuitazione del campo tra A e B.
Questa funzione, detta
potenziale, è una funzione scalare e ha la proprietà di descrivere completamente
il campo. Se cerchiamo di
descrivere in modo analogo il campo magnetico generato ad esempio da un filo
percorso da corrente, questo non risulta possibile perché la circuitazione non
è sempre 0. In questo caso la circuitazione è 0 se e solo se la linea chiusa
non è concatenata con il filo.

Biografie
Storico
e filosofo della scienza statunitense, nato a Cincinnati (Ohio)
il 18 luglio 1922. Laureato in fisica alla Harvard University nel 1943,
conseguì il Ph.D. nella stessa università nel 1949, dov'è poi rimasto come
assistant professor dal 1951 al 1956. Ha successivamente insegnato storia della
scienza nelle università della California a Berkeley (1958-64) e Princeton
(1964-79); dal 1979 al 1983 e stato professore di filosofia e storia della
scienza al Massachussets Institute of Technology, dove e stato in seguito
Laurance S. Rockefeller professor of philosophy.
A Kuhn
si deve innanzitutto quella proficua interconnessione fra storia e filosofia
della scienza che avrebbe determinato, per l' influenza della sua opera
maggiore, "The structure of scientific revolutions" (1962), una
fondamentale svolta in seno alla storia e alla filosofia della scienza.
Sollecitato dalle ricerche di A. Koyre e A.O.Lovejoy, Kuhn ha messo in
evidenza le continue interazioni, nella storia della scienza, fra concezioni
filosofico - metafisiche e prassi scientifica in senso stretto, interazioni che
priverebbero di fondamento l'idea di una razionalità e di un metodo scientifici
avulsi dal contesto storico - culturale entro cui operano le particolari comunità
scientifiche e sorgono le varie teorie scientifiche. Di qui una concezione
epistemologica alternativa tanto alla tradizione empiristica quanto al
razionalismo critico popperiano, caratterizzata da un lato dal ridimensionamento
del ruolo dell' esperienza come condizione primaria dell' elaborazione
scientifica e neutrale fattore di controllo delle teorie, dall'altra dalla
negazione dell' idea, tipica del falsificazionismo popperiano, che nella scienza
si dia un progresso cumulativo, cioè che la successione storica delle teorie
sia concepibile come una progressiva acquisizione di verità.
La
storia della scienza registrerebbe piuttosto un alternarsi di fasi di
"scienza normale" e fasi di "scienza straordinaria": le
prime sarebbero caratterizzate dalla continua articolazione ed estensione di
alcune assunzioni teoriche fondamentali (che costituiscono ciò che Kuhn chiama
paradigma), in funzione di un'applicazione sempre più esaustiva ai vari campi
di ricerca; le altre insorgerebbero in seguito al manifestarsi di
"anomalie" nel tentativo di "forzare la natura entro le caselle
prefabbricate e relativamente rigide fornite dal paradigma":
l'impossibilita di riassorbire nella scienza "paradigmatica" tali
anomalie darebbe luogo a rotture rivoluzionarie e all'elaborazione e all'
accettazione (in base a criteri non sempre qualificabili come razionali) di un
nuovo paradigma. Corollario di
questa concezione è la tesi, condivisa con P.K Feyerabend dell'
"incommensurabilità" delle teorie, che comporta l'impossibilità,
date le radicali fratture rivoluzionarie, di porre a confronto, non solamente
sul piano della valutazione relativa al progresso scientifico ma anche su quello
delle rispettive ontologie, teorie scientifiche che sono sorte entro differenti
tradizioni o paradigmi.
Alle
tesi di Kuhn. non sono state risparmiate obiezioni: in particolare esse sono
state fortemente criticate per le eccessive aperture alla sociologia e alla
psicologia nonché agli esiti soggettivistici, relativistici e irrazionalistici
cui condurrebbero, esiti che nelle opere più recenti Kuhn ha cercato di
attenuare.
Opere
principali:
The Copernican
revolution: planetary astronomy in the development of western thought, 1957
(trad. Ita 1972)
The
structure of scientific revolutions, 1962
(trad Ita 1969)
"Logic
of discovery or psycology of research?" in Criticism
and the growth of knowledge,
a cura di I. Lakatos e A. Musgrave, 1970 (trad
Ita 1976)
The
essential tension: selected studies in scientific tradition and change,
1977 (trad. Ita 1985)
Black-Body
theory and the quantum discontinuity 1894-1912, 1978 (trad. Ita 1981)
The
trouble with the historical philosophy of science,
1992
(Enciclopedia
Treccani)
nacque
a Vienna nel 1902. Logico ed epistemologo austriaco frequentò la locale
università e cominciò la carriera scientifica come psicologo e psicoanalista
ed esercitò anche attività di critico musicale. Il contatto con il circolo di
Vienna lo convertì ai problemi critici della scienza (pur mantenendo un
atteggiamento lucidamente critico nei confronti dei propri interlocutori). Verso
la fine degli anni 20 scrisse Logik der Forschonung (Logica della ricerca-
pubblicato solo nel 1935), testo capitale dell’epistemologia moderna. Nel 1937
emigrò in Nuova Zelanda, e, avvenuta frattanto l’ annessione dell’Austria
alla Germania nazista, vi restò sino al 1946, quando venne chiamato ad
insegnare alla London School of Economics fino al 1948. E’ morto il 17
settembre 1994. Critico verso il
Neopositivismo, la Scuola di Francoforte e la filosofia analitica, fu forse il
più grande filosofo della scienza del secolo appena passato; fu inoltre
difensore tenace ed acuto della società aperta, cioè dello stato democratico.
Opere
principali:
Logica
della scoperta scientifica (1934),
La
miseria dello storicismo (1944/45)
la
società aperta e i suoi nemici (1945),
La
ricerca non ha fine,
Cattiva
maestra televisione
(Enciclopedia UTET)

Bibliografia
[1] Il testo è oggetto di discussioni e di approfondimenti nell’ambito di alcuni attuali progetti didattici, promossi peraltro anche dall’università di Pavia – prof. Bevilaqua