relazione di studio di Francesco Carante
"Il disagio della civiltà" (Das ungluck in der kultur) viene dato alle stampe nel 1930, ed è quindi da considerarsi opera della piena maturità di Freud.
Esso, pur prendendo le mosse dal dato clinico e senza prescinderne mai del tutto, è certamente uno dei saggi dell'austriaco che più se ne allontanano. Diverse sono le novità che questo saggio ha apportato tanto al pensiero freudiano quanto alla storia della filosofia in genere.
Nella mia trattazione ho tentato di mettere in luce tali aspetti innovativi prescindendo da quelli secondari.
Una seconda avvertenza: nel suo procedere Freud tende spesso a presupporre dati e problemi che affronta analiticamente solo in seguito. Ho cercato, per ovviare a questo inconveniente, di approfondire tempestivamente ciò che andava approfondito, anche a costo di anticipare alcuni passaggi, senza tuttavia compromettere l'impianto generale della trattazione freudiana, che al contrario mi sono sforzato di conservare.
La seconda istanza pone maggiori problemi .La prima mossa che la civiltà fece per regolare le relazioni umane fu sottomettere l'arbitrio individuale alla volontà generale. Ciò implica un sacrificio, una serie di rinunce pulsionali da parte del singolo: molti degli sforzi dell'umanità si sono volti in direzione di un "accomodamento vantaggioso tra pretese civili e individuali ", che non è ancora stato trovato. La vita degli uomini ebbe storicamente un duplice fondamento. La coercizione al lavoro, data dalla necessità e la potenza dell'amor : il maschio non voleva essere privato dell'oggetto sessuale, la donna, la quale a sua volta non voleva rinunciare alla "parte" da lei separatasi, il figlio. Da ciò la formazione delle prime famiglie.
Sapendo dalla psicoanalisi che la vita pulsionale ha carattere conservativo, ovvero che la libido è riluttante ad abbandonare uno status quo raggiunto per un altro eventuale, risulta strano che la civiltà punti invece ad allargare sempre di più la comunità (potremmo immaginarci singoli nuclei familiari slegati l'uno dall'altro), collegando gli individui libidicamente, e non solo mediante vincoli d'interesse. Addirittura, la civiltà reprime la sessualità proprio per costringere i singoli a trovare soddisfacimenti sostitutivi alle loro pulsioni: le "amicizie", in effetti, non sono altro che "amore inibito nella meta".
Il rivale, evidentemente terribile, contro il quale la civiltà si organizza anche mediante repressioni e coartazioni ai danni degli individui, è Thanatos, la spinta aggressiva, la "pulsione di morte, la necessità di sedare la quale giustifica a pieno titolo il costituirsi della civiltà stessa a prescindere dal suo prezzo. Thanatos, sottolinea Freud, travalica perfino il rispetto della specie, che minaccia costantemente di distruzione. Un mero interesse razionale non basterebbe a preservare la comunità umana da una pulsione tanto feroce; è necessario contrapporle vincoli di tipo erotico-libidico. La civiltà è preposta sostanzialmente a questo, e con ciò è svelato il suo vero scopo, la sua ragion d'essere. Nel corso della storia l'uomo, conclude Freud a proposito della civiltà, ha barattato l'assenza di restrizioni pulsionali, e con ciò la possibilità di raggiungere una felicità immediata ma precaria, con un po' di sicurezza in più.