Elie
Wiesel, « La notte », La Giuntina, Firenze, 1980, p.66-67
I tre condannati
salirono insieme sulle loro seggiole. I tre colli vennero introdotti
contemporaneamente nei nodi scorsoi.
“
Viva la libertà!” gridarono i due adulti.
Il piccolo, lui,
taceva.
“
Dov’è il Buon Dio? Dov’è?” domandò qualcuno dietro di me.
A un cenno del capo
del campo le tre seggiole vennero tolte.
Silenzio assoluto.
All’orizzonte il sole tramontava.
“Scopriteli!”
urlò il capo del campo. La sua voce era rauca. Quanto a noi, noi piangevamo.
“Copriteli!”
Poi cominciò la
sfilata. I due adulti non vivevano più. La lingua pendula, ingrossata,
bluastra. Ma la terza corda non era immobile: anche se lievemente il bambino
viveva ancora…
Più di una mezz’ora
restò così, a lottare fra la vita e la morte, agonizzando sotto i nostri
occhi. E noi dovevamo guardarlo bene in faccia. Era ancora vivo quando gli
passai davanti. La lingua era ancora rossa, gli occhi non ancora spenti.
Dietro di me udii il
solito uomo domandare:
“Dov’è
dunque Dio?”
E io sentivo in me una
voce che gli rispondeva:
“Dov’è?
Eccolo: è appeso lì, a quella forca…”