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Liceo Classico “Ugo Foscolo” – Pavia - a.s.2001-2002

                              Lavoro di approfondimento di Tiziana D'Angelo

La donna: un modello di forza e determinazione

Mappa del percorso

 

Sommario

  1. La donna: un modello di forza e determinazione
  2. Premessa

  3. Sintesi strutturale

  4. Il Femminismo italiano negli anni ’70-‘8

  5. Dibattito femminismo - marxismo

  6. Le accuse del marxismo

  7. Le accuse del femminismo

  8. The suffragettes and Virginia Woolf

  9. The suffragist movement

  10. “A room of one’s own”

  11. “To the Lighthouse”

  12. La donna nella tragedia greca di V sec.a.C.

  13. Euripide: “Medea”

  14. La coerenza di una “sapiens” stoica

  15. Le “consolationes” senecane

  16. Consolatio ad Marciam"

  17. Consolatio ad Helviam matrem

  18. Epicharis

  19. Lucia Mondella

  20. Una donna forte con gli altri

  21. Una donna forte con sé stessa

  22. Donne e filosofia...

  23. Arthur Schopenhauer

  24. Auguste Comte

  25. Georg Wilhelm Friedrich Hegel

   

 

 

1. La donna: un modello di forza e determinazione

 

Premessa

Il titolo assegnato al percorso intende chiarire la volontà da parte mia di svolgere una trattazione poliedrica dell’argomento, ovviamente nei limiti delle mie competenze e tenendo presente che la “questione femminile” è assai complessa e delicata, in quanto il suo portato ideologico non si esaurisce in singole fasi della storia, ma ne costituisce un sostrato ineliminabile. Pertanto ritengo opportuno considerarne unicamente alcuni aspetti particolari.

Intenzionalmente ho scelto due sostantivi, quali “forza” e “determinazione”, che non definissero unilateralmente la dimensione ed il soggetto femminile, poiché ciò risulterebbe inevitabilmente parziale, riduttivo, se non assolutamente inadeguato.

La scelta tematica operata è stata condotta essenzialmente sulla base di inclinazioni personali: punto di avvio della “discussione” è un curioso sguardo rivolto alla donna di oggi, dell’inizio del XXI secolo, nella sua componente di ambiguità ed indecifrabilità; sono sorti dunque alcuni interrogativi che vertono principalmente, ma non esclusivamente, sull’autenticità della sua forza interiore.

Data l’assurdità della pretesa di rispondere esaustivamente a tali interrogativi, ho tentato di compiere un’indagine retrospettiva: ho inquadrato la problemetica selezionando, nell’ambito della storia più recente, della letteratura italiana ed inglese contemporanee, della letteratura classica, alcuni modelli di personalità femminile che mi sono parsi particolarmente significativi; ne ho analizzato gli atteggiamenti peculiari, valorizzandone in ultima istanza le varie modalità di esplicazione della propria forza, relativamente al contesto storico e culturale cui appartenevano ed al ruolo sociale da esse ricoperto.

 

Sintesi strutturale

Il genere di approccio sopra esposto impone innanzitutto un riferimento al profilo femminile che emerge in Italia negli anni ’70 del XX secolo, in concomitanza con la nascita e lo sviluppo del movimento femminista e che perviene a stadi più maturi ed interessanti nel decennio successivo. Ho preferito studiare il fenomeno secondo una prospettiva teorica, concentrandomi essenzialmente sull’articolazione interna della dottrina femminista e sulle sue tappe evolutive. La lettura di alcuni documenti, prevalentemente articoli di propaganda femminista, mi ha consentito di individuare nella personalità e nella mentalità delle femministe italiane dell’inizio degli anni ’80 un modello femminile perfettamente coerente con quello oggetto della mia riflessione.

Indicatore incontrovertibile della maturità intellettuale raggiunta da queste donne è l’interesse per specifiche problematiche filosofiche che alimentò il dibattito con gli esponenti della corrente marxista.

Per quanto concerne la valorizzazione della vitalità culturale e della creatività artistica quali strumenti privilegiati di espressione del carisma femminile, imprescindibile è la lezione della scrittrice inglese Virginia Woolf (1882-1941), i cui saggi e romanzi furono un punto di riferimento per il movimento di emancipazione femminile inglese dei primi decenni del XX secolo.

Naturalmente le vicende personali di queste donne sono ampiamente condizionate dal contesto storico e dal clima culturale in cui vivono, ciascuno dei quali ha contribuito ad accelerare la loro evoluzione individuale e collettiva. Tuttavia il prototipo di femmina energica e determinata non è una “novità” dello scorso secolo: si tratta di un ideale muliebre fortemente radicato nella storia, che talora emerge efficacemente anche attraverso l’opera artistica e letteraria di personalità maschili. È il caso delle grandi eroine della tragedia greca di V secolo a.C, in particolar modo delle tragedie euripidee. Tra i molteplici esempi a disposizione ho optato per la scelta di “Medea”, in ragione di alcune sottili analogie che mostra con la donna contemporanea, analogie che la rendono un personaggio assai attuale.

Anche la letteratura latina enfatizza spesso la tempra e le risorse delle proprie donne;  in questo caso ho analizzato  figure sostanzialmente differenti dalle precedenti, le cui scelte, pur essendo segnate da sentimenti di forza e coerenza, sono in ultima istanza antitetiche rispetto a quelle considerate fino ad ora: Marcia ed Helvia, così come risultano dalla descrizione che Seneca ne offre rispettivamente nella “Consolatio ad Marciam” e nella “Consolatio ad Helviam matrem”, ed Epicharis, figura minore, ma significativa, degli “Annales” di Tacito.

Se paragonate ai grandi modelli prospettati dalla letteratura classica, sia greca che latina, le figure femminili protagoniste della letteratura italiana del XIX e del XX secolo si rivelano invece relativamente fragili, naturalmente con le dovute eccezioni, tra le quali spicca un personaggio di inaudita forza spirituale e morale, pressoché senza precedenti: Lucia de “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni, figura assai complessa, definita da tratti reali intimamente connessi ad altri ideali, in cui si armonizzano caratteri apparentemente inconciliabili.

A conclusione di una riflessione incentrata in definitiva sul valore e su determinate qualità intrinseche della donna, ritengo opportuno lasciare l’ultima parola agli uomini, più precisamente ai filosofi, al fine di verificare quale possa essere l’opinione di grandi pensatori moderni quali Hegel, Schopenhauer, Comte riguardo ad un sesso, quello femminile, che vanta modelli di così elevata statura.

 

 

 

 

2.Il Femminismo italiano negli anni ’70-‘80

 

La donna del XXI secolo non può che rappresentare la sintesi di un processo dialettico, la cui origine coincide necessariamente con l’origine stessa della storia.

La tenacia, il carisma che almeno in prima istanza la caratterizzano (la donna del XXI secolo) sono il frutto dell’evoluzione dell’eredità che essa ha raccolto dalle sue antenate. Senza dubbio, almeno credo che per le mie coetanee sia così, un rapporto privilegiato permane con le donne dell’ultima generazione, le grandi protagoniste dell’ “eroico” movimento femminista degli anni ’70 e degli anni ’80.

Esso, oltre ad essere stato un movimento strettamente politico, stadio rilevante del processo di emancipazione femminile, cifra fondamentale della storia del XX secolo, è soprattutto la manifestazione della rivendicazione, da parte della donna, della possibilità di autodefinirsi, con il suo modo particolare di essere, di esprimersi, di comunicare: nel lavoro, nelle opere, nella partecipazione attiva e responsabile alla vita sociale, alle lotte comuni; con le sue particolari attitudini, scelte, decisioni; senza mai rinnegare sé stessa, la propria specificità di donna, l’alto valore della maternità, anzi esaltandoli. E soprattutto respingendo fermamente ogni nuova mistificazione, ogni concessione a mutevoli, effimere mode, ad aberranti enunciazioni. Dalla natura e misura del suo stesso conoscersi, mostrarsi, definirsi, deriverà la natura e la misura della sua libertà e dignità: anche nel rapporto uomo-donna, che ciascuno dei due deve vivere in modo personale, nella propria completezza, originalità e differenza di persona umana. La donna deve essere sé stessa, smentendo anche errate attribuzioni: fragilità, sentimentalismo, incapacità di ragionamento, di deduzione e di sintesi.

Ho tentato di esporre organicamente e rapidamente alcune delle tesi fondamentali su cui è impostata la teoria femminista, se tale può essere definita. Si tratta, però, di un femminismo decisamente maturo, autentico interprete, a mio avviso, della potenza umana femminile.

Ricordo infatti (con rapidi cenni) che il neonato movimento femminista degli anni ’70 si presentava di fatto come una filiazione del movimento di protesta sessantottino, che conobbe un’ingente partecipazione femminile, essenzialmente studentesca.

In Italia sorse a Milano, a Roma, per diffondersi in breve tempo nel resto del pese.

L’ispirazione giungeva da ampie manifestazioni di neofemministe negli Stati Uniti d’America. In Italia si costituì in gruppi diversi, portavoce di una particolare concezione dell’emancipazione femminile.

Le protagoniste erano donne di varia estrazione sociale, soprattutto appartenenti alla piccola e media borghesia, intellettuali, professioniste. Coinvolge ragazze e donne tra i diciotto ed i trent’anni: madri, mogli, studentesse etc., deluse spesso dal ruolo subalterno cui erano state relegate all’interno delle assemblee, dei collettivi, dei cortei organizzati durante le agitazionie e le proteste degli anni 1968-1969 (ovviamente le tensioni che maturavano erano anche più profonde, di carattere meno contingente, radicate nel passato).

Il linguaggio, gli slogan, il comportamento nelle proteste femministe manifestavano un ribellismo disgregato e un certo semplicismo, che la lotta e le esperienze progressivamente acquisite potranno in seguito correggere. È una modalità acerba di comunicazione di un messaggio potente.

In ogni caso la riflessione sul tema della liberazione dall’oppressione di una società maschilista si esplicava anche in pratiche di organizzazione originali, che valorizzavano la peculiare autonomia e vivacità interiore della donna: riunioni, gruppi di autocoscienza, cortei per l’8 marzo, picchettaggi di sale cinematografiche che proiettano film pornografici.

Non si può pertanto non riconoscere alle neofemministe italiane il merito di aver avuto il coraggio, la capacità di esternare un lato di determinazione, ponendo la società contemporanea di fronte alla specificità della questione femminile, avviando un dibattito serrato sui temi, sino ad allora considerati implicitamente “taboo”, della corporeità e della fisiologia femminile, con particolare riferimento al problema della contraccezione, dell’aborto, delle mestruazioni, della gravidanza, del parto, della maternità.

Inoltre il loro modo di agire e di proporsi ha mostrato che tale lotta non poteva essere tacitata con pseudoriforme o palliativi. Hanno esternato la loro carica rivoluzionaria, minacciando gli equilibri politici ed i compromessi storici.

Queste peculiarità del femminismo dei primi anni ’70 si riscontrano in maniera evidente nel manifesto del movimento femminista del luglio del 1970, pubblicato sul giornale propagandistico “Rivolta Femminile” (autrice Carla Lonzi):

1.       “La donna non va definita in rapporto all’uomo. Su questa coscienza si fondano tanto la nostra lotta quanto la nostra libertà. L’uomo non è il modello a cui adeguare il processo di scoperta di sé da parte della donna. La donna è altro rispetto all’uomo. L’uomo è altro rispetto alla donna.”

2.       “Verginità, castità, fedeltà, non sono virtù, ma vincoli per costruire e mantenere la famiglia.”

3.       “Nel matrimonio la donna, privata del suo nome, perde la sua identità signifivando il passaggio di proprietà che è avvenuto tra il padre di lei e il marito.”

4.       “Riconosciamo nel matrimonio l’istituzione che ha subordinato la donna al destino maschile. Siamo contro il matrimonio.”

5.       “La trasmissione della vita, il rispetto della vita, il senso della vita sono esperienza intensa della donna e valori che lei rivendica.”

6.       “La negazione della libertà d’aborto rientra nel veto globale che viene fatto all’autonomia della donna.”

7.       “Accogliamo la libera sessualità in tutte le sue forme, perché abbiamo smesso di considerare la frigidità un’alternativa onorevole.”

8.       “Comunichiamo solo con donne.”

Come si evince da alcune asserzioni si tratta di un movimento di transizione tra quello che viene definito talora “femminismo liberale” e il cosiddetto “femminismo culturale”.

Il comune denominatore è l’atteggiamento energico, determinato, ma mentre il primo si batte fondamentalmente per l’uguaglianza formale e predica la simmetria fra i sessi, il secondo muove dalle peculiarità morali della donna e afferma la differenza femminile come valore.

Dal primo modello eredita l’aggressività nella rivendicazione di determinati diritti civili e politici, che ha condotto ad importanti conquiste, tra le quali:

Ø       La possibilità di accesso a tutte le professioni;

Ø       L’istituzione del nuovo diritto di famiglia, che introduce il principio di parità fra i coniugi, con l’eliminazione della figura del “capofamiglia”, la sostituzione della “patria potestà” con la “potestà parentale, la cessazione dell’obbligo per la moglie di fissare la propria residenza secondo gli intendimenti del marito, l’eliminazione del “diritto di correzione” del coniuge maschio;

Ø       La cancellazione del codice penale di istituti arcaici come il delitto d’onore;

Ø       L’introduzione delle leggi sul divorzio, sull’aborto e sulla violenza sessuale (catalogata finalmente tra i delitti contro la persona, non più contro la morale);

Ø       Il controllo da parte di gruppi femministi e dell’opinione pubblica sulla gestione dei processi per stupro della magistratura, per garantire il rispetto della vittima nel corso del dibattimento;

Con il secondo modello invece condivide la necessità di affermare la liberazione della donna attraverso l’elaborazione di una “controcultura” femminile (cfr. punto 8).

Dal 1976-1977, momento in cui l’onda alta del movimento rifluiva, si avviò una riflessione sulla specificità della condizione femminile, che andava a ricercarne le cause più a fondo rispetto al contesto economico, sociale e politico.

A testimonianza del raggiungimento di un grado di forza e consapevolezza superiori, il femminismo italiano tende a liberarsi dagli estremismi e dai velleitarismi, da atteggiamenti radicaloidi.

La donna orienta ora il proprio carisma e vigore intellettuale in direzione di obbiettivi di più ampia portata. Non si tratta di un’effettiva rinnagazione degli ideali e degli stimoli precedenti; lo definirei piuttosto una sorta di “aufhebung” hegeliano, un superamento dialettico. La potenza femminile consta ora nella consapevolezza di ciascuna donna della propria identità, sia sessuale che sociale.

Il facsicolo speciale di “Sottosopra”, mensile di propaganda femminista, uscito nel gennaio del 1983, chiarisce alcuni fondamentali nodi cocettuali attraverso il bilancio di un’esperienza che si protrae ormai da più di dieci anni e soprattutto attraverso l’individuazione e l’aperta denuncia dell’origine reale del disagio femminile, delle debolezze della donna. Ciò che ne deriva è un appello diretto alle donne, ma forse alla società nel suo complesso, appello in cui si legge una lucida audacia ed un’assoluta determinazione.

Punto di partenza è il riconoscimento del fatto che “la lotta emancipatoria sorvola, senza vederle, sulle energie bloccate dal senso di una propria irriducibile estraneità”, che “c’è un limite al processo di emancipazione, limite che può manifestarsi solo molto tardi, ma che è presente fin dall’inizio”, che pensarci e presentarci come vittime di discriminazione antifemminile non significa più l’essenziale della nostra condizione.

Sono le parole di donne pronte a rivoluzionare sia la propria realtà intima e soggettiva sia gli schemi tradizionali di una società all’interno della quale “l’essere donna, con la sua esperienza e i suoi desideri, non ha luogo”, poiché essa “è modellata dal desiderio e dall’essere corpo di uomo”. La diretta conseguenza di tale assetto sociale è che “la voglia di vincere, quando non si fa intimidire, diventa inevitabilmente aspirazione virile…Ma la donna ci perde il corpo”.

Pertanto il movimento delle donne è “un punto di riferimento per diventare quello che siamo e volere quello che vogliamo”.

Ciò che si propongono di fare è alterare radicalmente gli equilibri di una società “mutilata e mutilante”, dal momento cheil mondo è uno solo, abitato da donne, come da uomini, bambini, bestie e cose varie, viventi o non viventi, e in questo mondo che è uno solo vogliamo stare con agio.

Queste donne si sono rivelate perfettamente in grado di osare, creando così “un precedente di forza” che costituisce uno fra i doni più grandi e preziosi che la donna di oggi abbia ricevuto.

È la corrente femminista che in Italia ha avuto uno straordinario successo fra le intellettuali, soprattutto fra le filosofe, per l’influsso dell’opera della psicoanalista Luce Irigaray, “Speculum” (1974), in cui della donna e della sua sessualitàn si parla senza definirla, senza concluderla, contro tutte le pratiche e le ideologie che dagli inizi del pensiero occidentale hanno ridotto il suo corpo al silenzio, all’uniformità, alla soggezione.

Lo scontro con le ideologie occidentali, di impianto maschilista, è stato fin dagli esordi, dal 1970, un nodo cruciale da sciogliere. Nonostante ciò la relazione, il rapporto con la cultura si modifica sostanzialmente: dal rifiuto propugnato dalle femministe degli anni ’70 (cfr. punto 8) sino alla ricerca alla ricerca di un confronto –scontro, con specifici orientamenti culturali.

Particolarmente rilevante è il serrato dibattito tra i gruppi femministi e gli esponenti della corrente filosofico-sociale marxista.

 

 

 

3.Dibattito femminismo - marxismo

 

Il femminismo, negli anni ’60 e ’70 in particolare, appare spesso strettamente legato al marxismo, fino talvolta a rischiare di veder sacrificata l’originalità dei propri motivi ispiratori.

Questo intimo rapporto è stato l’origine di una serie di dissensi tra il movimento femminista e i sostenitori del pensiero marxista, proprio perchè i due “schieramenti” operavano su un terreno comune, ma conducendo le proprie riflessioni da specole differenti.

Nella fase in cui i tentativi di costruire una teoria femminista sono stati maggiormente tributari del marxismo, molte sono state le critiche e le accuse che le due parti si sono scambiate.

 

Le accuse del marxismo

Il marxismo ha accusato il femminismo di essere un movimento borghese nella teoria e nella prassi, assumendo che un’analisi dei rapporti sociali basata sul genere oscura la centralità del concetto di classe; inoltre con la sua trasversalità crea divisioni all’interno del proletariato a vantaggio della classe dominante. Gli obbiettivi perseguiti dal femminismo possono essere raggiunti anche all’interno del capitalismo. L’eliminazione degli ostacoli che inibiscono lo sviluppo della personalità femminile è una finalità propria di un movimento individualista e liberale.

I prodromi di questo atteggiamento si riscontrano, a mio avviso, già nel modo in cui Rosa Luxemburg giudica le suffragette, donne pronte, acquistato il diritto al voto, a servire l’interesse del capitale

 

Le accuse del femminismo

La replica delle femministe dimostra lucidità e consapevolezza della propria fisionomia, nonchè disponibilità allo scambio costruttivo, al dibattito culturale.

Le critiche che il femminismo muove al marxismo sono incentrate fondamentalmente proprio sul fatto che esso crede, non diversamente dal pensiero liberale, che la differenza di sesso sia un fatto pre-sociale, che ciò che caratterizza e accomuna le donne sia un fatto di natura, non di costruzione sociale.

Marx stesso non considera la famiglia un luogo di subordinazione della donna quando critica il capitalismo per aver portato le donne nelle fabbriche alterando gli equilibri della vita familiare.

Il marxismo sarebbe perciò maschilista nella teoria e nella prassi, propugnando un ‘analisi della società in termini esclusivi di classe, trascurando la centralità della differenza sessuale e minando l’unità delle donne come soggetto collettivo. Il sesso, come la razza, la nazionalità, in quanto momenti di differenza e contrapposizione fra gruppi, sarebbero mal tollerati, perché visti come ostacoli alla primazia della classe come categoria fondamentale di analisi. Gli obbiettivi di rinnovamento sociale propri del marxismo sono tali da potrsi realizzare lasciando inalterate le condizioni sociali delle donne, cioè la disuguaglianza fra i sessi.

Sintetizzando, ciascuna delle due teorie ha accusato l’altra di “riformismo”, ossia si perseguire soltanto moderate riforme tali da lasciare inalterato, dal proprio punto di vista, un equilibrio sociale fondato su profonde diseguaglianze, per realizzare quelle minime alterazioni dello status quo capaci di renderlo più accettabile senza modificarlo nei rapporti di forza che ne costituiscono il fondamento.

 

 

 

4.The suffragettes and Virginia Woolf  

 

The suffragist movement

The suffragist movement was born in the XIX century, but it developed at the beginning of the XX century, because bills for female suffrage, brought before Parliament again and again, were each defeated.

One of the suffragists, Emmeline Pankhurst, was so frustrated by the continued lack of government action that she founded the more militant Women's Social and Political Union in 1903.

At first the tactics were nonviolent. They organised big public demonstrations, and heckled politicians who refused to talk to them.

They were often arrested and taken to prison, where they continued their protests by going on hunger strikes.

As parliament continued to defeat consecutive suffrage bills, the "suffragettes" turned to force, and resorted to a policy of violence against property.

At organised demonstrations, hundreds of women started breaking windows and burning down buildings in protest at the government's refusal to act.

Then on Derby Day in 1913 Emily Davison threw herself in front of King George V's horse and was trampled to death. The Suffragettes had gained a martyr.

But it was the work done by women during the First World War that finally earned them the vote.

With the men in the trenches, the fabric of life in Britain was transformed. Women began to do work that previously they would have been thought incapable of performing.

The Suffragettes saw the war as an opportunity to show what women could do.

They suspended militant tactics, and used their organisational strength to mobilise women to do relief work, and fill in the jobs that had been left empty by men on the battlefields.

Many employers were surprised by how well women could do men's work, and the experience converted them to the cause of women's suffrage.

On February 6, 1918, the Representation of the People Act was passed, giving women over the age of 30 the vote.

Later that year another act was passed that allowed women to be elected to the House of Commons.

It was a social, a political movement, it tried to carve out a niche for women themselves in a society completely dominated by men, but it was also a sort of expression of feminine nature, of women’s desire to give voice to their emotions, feelings and ideas.

Feminists wanted to achieve a greater liberty, which included also an inner liberty, thanks to which they could emphasise the importance and the peculiarity of their artistic creativity and vitality.

Virginia Woolf’s words, in “A room of one’s own”, testify this situation.  

“A room of one’s own”

The work in question is an extended essay, based on Woolf’s lectures at a women’s college at Cambridge in 1928. In it Woolf addresses her thoughts on “ the question of women and fiction”, interpreted by her as many questions.

In “A room of one’s own” Woolf ponders the significant question of whether or not a woman could produce art of the high quality of Shakespeare. In doing so, she examines women’s historical experiences as well as the distinctive struggle of the woman artist.

Infact she explores many issues connected with women and writing but above all she insists on the inseparable link between economic independence and artistic independence.

Her treatment moves from some radical critics addressed to women and pronounced by famous historical men, such as Oscar Browning, Napoleon, Mussolini, John Langdon Davies and many others.

Obviously she underlines, with a sarcastic vein, the absurdity of these opinions and the ignorance that justifies it. But she doesn’t stop here: woman, in her opinion, isn’t only a victim of a phallocratic world, she mustn’t only ask for something, but she has to use the instruments she possesses to give a definite shape to her personality and to her social role.

As regards this point Virginia organises her speech around two main topics: she proposes the significant examples of some extraordinary women of the past, who, in more and more restrictive conditions, in a patriarchal society, proved their value and force, resorting to their intelligence, ability and literary, artistic culture. Woolf mentions Emily Bronte, Jane Austen, saying “they wrote as women write, not as men write” (page 152). Remembering these women Virginia wants to promote the “building” of an authentic feminine culture: “For we think back through our mothers if we are women. It is useless to go the great men writers for help…” (page 154).

On the other side Woolf is really “strict” towards women, because she wants to stimulate them to fight the ignorance which characterizes them. She is convinced this is the first, the most important demonstration of force: “…it is much more important to be oneself than anything else…” (page 226)

The woman is partly responsible for her unsatisfactory social and cultural position.

Woolf urges british women, and not only, to get the means to express completely themselves. She firmly wishes a cultural emancipation, a women’s intellectual growing, because it represents the way that could give “Shakespeare’s sister” (page 232) the chance to live another time, thanks to women’s energy.

So we can understand Virginia Woolf is very interested in feminist themes, and in a lot of her novels she investigates female nature and attitude to the reality, trying to reinforce the idea woman is a creature endowed of great qualities, such as determination, coherence and so on.

In particular I think the woman she sketches in “A room of one’s own”, strong and lucid, becomes the protagonist of her masterpiece, “To the lighthouse” (1927).

 

"To the Lighthouse”

The novel, highly autobiographical, is set in a summer house on one of the islands in the Hebrides where the Ramsays are staying with their eight children and a number of guests. There is a very little story line. The decision of a group to go on a sailing expedition to the lighthouse provides the flimsy thread which holds the novel together.

Mrs. Ramsay is introduced as an intellectual woman, a mother, a wife, whose life is conditioned by inner conflicts, different desires, which guide her to meditate on her condition, personality, relation with her husband, approach to the reality.

There’s a very interesting passage in the novel, where she expresses her identity by meaningful and eloquent signs: she is folding her son in her arm, both of them don’t suffer the presence of Mr.Ramsay, they’re waiting he goes away, but with no result. Immediately Woolf gives a proof of Mrs. Ramsay’s force: “…seemed…at once to pour erect into the air a rain of energy, a column of spray, looking at the same time animated and alive if all energies were being fused into force, burning and illuminating…” (chapter 7).

She underlines “her poise, her competence”, her interior energy which is perceived by everyone, also by James: “…James felt all her strength flaring up…”.

The only one who can’t understand it is Mr. Ramsay; the relationship between the two partners is an important element that contributes to exalt Mrs. Ramsay’s superiority, independence, autonomy. Her husband, even if he doesn’t understand deeply his wife’s nature and temper, probably feels unconsciously them and “…he must have more…it was sympathy he wanted…”. He depends on Mrs. Ramsay because of the force Virginia praises in her.  

 

 

 

5.La donna nella tragedia greca di V sec.a.C.

 

 

Le donne, eccezionali protagoniste della tragedia greca di V secolo a.C., sono personaggi a tuttotondo, dotati di una straordinaria nonchè inquietante personalità che si esterna nei rapporti interpersonali o che emerge a livello della coscienza individuale.

I più insigni tragediografi greci di età classica (Eschilo, Sofocle, Euripide) rivelano estrema acutezza e sensibilità nel penetrare ed indagare le dinamiche psicologiche che determinano le scelte, le parole, i singoli gesti di queste donne.

Si tratta di figure reali, integralmente inserite in un contesto sociale, politico, culturale altrettanto reale. Il punto di partenza imprescindibile per la loro presentazione è la definizione del loro ruolo sociale, da cui teoricamente dovrebbero discendere una serie di clichè, di stereotipi comportamentali cui la donna greca era tenuta ad uniformarsi, al fine unico di evitare la condizione di emarginazione sociale che per lei sarebbe stato l’equivalente di una condanna a morte.

La concezione della donna quale entità autonoma, soggetto dotato di una propria essenza e di un valore intrinseco, era assolutamente estranea alla mentalità di un πολίτης, per il quale lo stesso sostantivo γυνή sottointende l’appartenenza e conseguentemente la subordinazione alla sfera dell’οικος. Assai ben radicato era il concetto di donna come madre, figlia, moglie, ossia definita in rapporto all’uomo.

Le donne che dominano le scene di Eschilo, Sofocle ed in particolar modo Euripide sono perfettamente consapevoli dei confini che delimitano il loro ambito d’azione all’interno della realtà, ma contemporaneamente hanno coscienza delle proprie potenzialità e delle loro modalità d’intervento sulla sfera contingente.

Antigone di Sofocle, Ecuba, Troiane, Medea di Euripide (sono solo alcuni esempi), attraverso l’esasperazione della propria umanità, dominata da passioni, debolezze, doveri, affetti, travalicano i limiti della propria condizione sociale, in quanto essa non è in grado di controllare ed arginare la carica e la risolutezza di tali donne.

La radice di ogni loro scelta è da ricercarsi fondamentalmente nella loro superiorità, da cui scaturisce un sentimento di inadeguatezza, la percezione dell’incolmabile divario tra loro e la realtà culturale circostante.

Assai spesso lo scontro è impari, le vede contrapporsi disperatamente all’intera comunità della polis, al mondo ellenico nel suo complesso. Senza dubbio si tratta di una denuncia sociale, ma in prima istanza è una rivendicazione di criteri d’azione e di riflessione autentici, espressione di una specificità riconosciuta.

 

Euripide: “Medea”

Il personaggio di Medea, nell’omonima tragedia di Euripide (431a.C), è l’emblema di questo duplice obbiettivo. La sua vicenda personale è quella di una donna barbara, disposta a recidere ogni sorta di legame con la propria famiglia, disposta a sacrificare il suo stesso fratello, ad abbandonare la sua patria per seguire un uomo che senza scrupoli la ripudierà dopo breve tempo. Cogliamo immediatamente la mirabile determinazione di Medea, una giovane di circa sedici anni, che non esita ad imprimere una svolta decisiva alla propria esistenza, avviando un processo che sa essere irreversibile.

L’analisi introspettiva che ne offre Euripide ci pone innanzi ad un personaggio veramente umano nella complessità del suo carattere. La molteplicità delle sue reazioni è il risultato del diverso e mutevole rapporto di forze tra esigenze razionali ed istanze emotive, col quale si spiegano anche quegli atteggiamenti che appaiono a primo acchito contraddittori o impossibili in un’unitaria struttura psichica. È l’analisi di un’anima che , reietta, si ribella nella disperazione del suo dolore.

Interessante è la modalità secondo la quale il pubblico entra in progressivo contatto con la protagonista: la prima presentazione è sulle labbra della nutrice che, nel prologo, definisce Medea “una donna terribile: chi incontri il suo odio non potrà riportare vittoria su di lei”(vv.44-45), o ancora afferma che essa “ha un animo impetuoso e non sopporterà l’offesa”(vv.37-38) e che in seguito qualificherà Medea come una “leonessa fresca di parto, con sguardi furenti”(vv.187-188). Successivamnte si odono le grida della donna, che dal palazzo giungono in piazza. Quando infine compare in scena Medea è spossata, stravolta, ma domina la situazione attraverso un lungo monologo. Il suo atteggiamento è decisamente diverso dalla affranta prostrazione che ci si potrebbe aspettare. Senza più lamenti, senza ingiurie, la donna si presenta ormai lucida e padrona di sè, il suo discorso si articola in passaggi logici serratissimi, espressione di uno spirito saldo che ha già analizzato ogni possibilità d’azione. Nel contrasto drammatico fra le scomposte grida che erano echeggiate dall’interno del palazzo e la presente compostezza gravida di pensiero il carattere di Medea trova immediata e totale definizione: la grande maestria di Euripide gioca fra impetuosità e glaciale rigore logico, alternando per tutta la tragedia scene o battute che enucleano la polarità di Medea e ne giustificano le contraddittorie reazioni nella rappresentazione di una natura eccezionale.

Le donne che le si sono raccolte attorno sembrano comprendere e partecipare al suo dolore; la loro solidarietà si esplica in parole di comprensione quali”misera sposa”(vv.149-150). Probabilmente ritengono che la sventura di Medea (la sua “sumfora”) sia una manifestazione della condizione di più generale infelicità della donna.

Medea percepisce il mutuo rapporto di comunione che si è stabilito fra lei e le donne di Corinto e, piena di sdegno, avvia una rassegna delle miserie che la sorte ha riservato al sesso femminile: tutta la vita femminile è rievocata nella sua umiliante tristezza(vv.230-251).

Il tono del suo discorso è amaro, ma non rassegnato: la lucida consapevolezza della drammaticità della propria condizione sociale e personale, la risolutezza e l’audacia che si scorgono negli ultimi versi del suo monologo (vv.263-266) hanno suggerito una fondamentale analogia tra Medea e le femministe dello scorso secolo. Ovviamente, trattandosi di un anacronismo, è necessario essere cauti, ma si può ragionevolmente accennare ad una sorta di femminismo ante litteram.

Un’ottica di questo genere permette di ampliare sensibilmente la prospettiva di analisi del personaggio, il cui dramma personale sarebbe intensificato da un sentimento di rifiuto nei confronti delle convenzioni socio-culturali del tempo.

Il tema dell’indebita espropriazione del proprio corpo da parte del marito si lega indissolubilmente con quello della patria, del matrimonio , della maternità.

La personalità di Medea è multiforme e la sua rivolta nasce dal fatto che la società ha distrutto la sua identità di figlia e di moglie, le ha negato un concreto spazio individuale. Rispetto al piano puramente vegetativo su cui si svolge la vita coniugale della sposa greca Medea rivendica due aspetti essenziali della personalità femminile: anima ed intelligenza (v 230). Il senso dell’onore, la dignità personale sono il motore primo dell’azione di Medea, la cui forza si esplica, con tratti di assoluta crudeltà ed efferatezza, a seguito di un logorante conflitto interiore, che vede contrapporsi l’esigenza di vendetta di una moglie ripudiata dal coniuge e l’incommensurabile affetto di una madre nei confronti dei propri figli (vv.1070-1080).

I lunghi monologhi di Medea, lo sfogo diretto del proprio travaglio psicologico, concorrono a delineare il profilo di una donna che, pur nell’atroce consapevolezza delle strazianti implicazioni dei suoi progetti, reagisce ad un sopruso che reputa inaccettabile.

L’interpretazione che si può dare delle sue scelte non è univoca: è comprensibile un rifiuto morale, un atteggiamento di profondo biasimo nei suoi confronti (anche il coro non trascura di muoverle energiche obbiezioni di ordine etico e sentimentale).

D’altra parte non mi propongo di valutare in termini morali la condotta di Medea, non credo sia possibile nè condannarla, nè esaltarla. Ci si potrebbe inoltre domandare se Medea sia una vincitrice o una sconfitta. Anche in questo caso le risposte possibili sono molteplici, in funzione di quale ruolo sociale si consideri(moglie o madre)(vv.807-810). Un’analisi concreta ed obbiettiva deve necessariamente limitarsi  a riconoscerle coerenza, determinazione e forza, morali o immorali che siano (vv.1051-1052, vv.1246-1250).  

 

 

6.La coerenza di una “sapiens” stoica

 

 

Fino a questo momento ho considerato il carisma femminile da particolari specole, esaminando prevalentemente casi in cui lo sbocco primario dell’energia interiore dell’individuo coincideva con il momento dello scontro dinamico, attivo, nell’accezione comune del termine, che poteva dunque manifestarsi sottoforma di militanza politica, di acuti contrasti familiari etc.

Naturalmente esistono innumerevoli altri modelli femminili, caratterizzati parimenti da straordinaria forza, che tuttavia si distingue dalle precedenti, in quanto si origina mediante processi differenti e si esplica attraverso percorsi peculiari.

A questo proposito mi hanno colpito particolarmente i profili femminili abbozzati da Seneca nella “Consolatio ad Marciam” e nella “Consolatio ad Helviam matrem”e da Tacito, per quanto concerne la figura di Epicharis (Annalium liber XV).

Sono sostanzialmente personalità differenti tra loro, donne capaci di vivere la propria carica interiore secondo modalità alternative, ma presentano interessanti punti di contatto, limitatamente al rapporto che istituiscono con la realtà esterna.

 

Le consolationes  senecane

Nella “Consolatio ad Marciam” (37-41 d.C.) e nella “Consolatio ad Helviam matrem” (41 d.C. circa) Seneca delinea due mirabili personalità femminili, assai simili tra loro, poiché connotate entrambe da un sostrato di potenza interiore che tende ad elevarsi notevolmente al di sopra di ogni canone reale.

Il modello cui sia Marcia che Helvia sono invitate a conformarsi è l’equivalente muliebre del sapiens stoico, che si contenta di quel pochissimo che la natura esige per la sopravvivenza fisica e che anche in condizioni di estremo disagio sa trovare la felicità in sé stesso, nell’esercizio della virtù e nella contemplazione della natura divina dell’universo. La forza cui devono fare appello è una risorsa che nasce nella loro anima, si realizza all’interno dell’anima stessa ed agisce allo scopo di costituire un equilibrato e conseguentemente distaccato rapporto con determinati ambiti della realtà.

Sono donne eccezionali, che scelgono di affrontare le problematiche esistenziali individuando i tratti autentici di esse e sforzandosi di respingere gli aspetti più propriamente contingenti e materiali, secondo i principi della filosofia stoica.

Primo ed indiscutibile “precetto” è la scelta di combattere il dolore.

 

Consolatio ad Marciam

Quando Seneca si rivolge a Marcia, la descrizione che le offre di sé stessa presenta già molti dei tratti tipici del sapiens stoico:

ü            “ti sei tanto allontanata dalla debolezza dell’animo femminile quanto dagli altri difetti…ai tuoi costumi si guarda come ad un modello antico” (cap. 1,1).

ü            “fiducia me l’hanno data la forza già accertata dell’animo tuo e, già attestata per una grande prova, la tua virtù” (cap. 1,1).

ü            “questa grandezza dell’animo tuo…” (cap. 1,5).

ü            “quella rettitudine di costumi e quel sentimento di rispetto che conservasti per tutta la vita…” (cap. 3,4).

ü            “…correttezza del tuo carattere…” (cap. 8,3).

Da una donna di questa statura Seneca esige un ulteriore consolidamento del proprio abito spirituale e del proprio vigore interiore: “fissa bene il piede e tutti i pesi che ti sono caduti addosso sostienili” (cap. 5,6).

Marcia infatti resta pur sempre una donna e Seneca sottolinea questo concetto, enfatizzando in tal modo l’incredibile forza della donna:

ü            Dovete massimamente moderarvi voi donne, che i dolori li sopportate smodatamente…” (cap. 10,7).

ü            “mortale sei nata…” (cap. 11,1).

Una sezione della consolatio è dedicata all’esposizione di alcuni exempla significativi, che in questo caso arricchiscono e rafforzano l’ideale femminile prospettato da Seneca: Lucrezia, Cornelia (figlia di Scipione, madre dei Gracchi), Cornelia (moglie di Livio Druso).

Si ribadisce inoltre che la forza umana si stima soprattutto valutando la disponibilità dell’individuo ad accettare la morte:

ü      La morte è la risoluzione di ogni dolore e la fine,…la morte non è né un bene né un male; ” (cap. 19,5).

ü      “Ti considero cara, o vita, in grazia della morte.” (cap. 20,3).

 

Consolatio ad Helviam matrem

Analoghe considerazioni per quanto riguarda la “Consolatio ad Helviam matrem”, in particolare nella prima sezione del testo, in cui Seneca, presentando la figura della madre, ricorda lei a se stessa, ne traccia un ritratto morale, esaltandone l’energia, racchiusa nel fatto stesso di esprimere il mos maiorum romano in un’epoca in cui esso era stato completamente dimenticato. Facendo leva su ciò che lei è, afferma che non deve lasciarsi dominare dalle sofferenze, ma restare concentrata sulla sua virtù.

La sua forza ha già avuto modo di manifestarsi, a causa delle tragiche esperienze vissute in prima persona da Helvia e affrontate con estrema dignità. Seneca la esorta a procedere su questo cammino:

ü      “Per quanto riguarda i lamenti…,le altre manifestazioni con cui il dolore femminile di solito fa fracasso, allontanali da te” (cap. 3,2).

ü      “Non servirti della giustificazione di essere donna…Non è possibile che la giustificazione di essere donna competa a colei da cui furono lontani tutti i difetti donneschi” (cap. 16,1-2).

ü      “Non ti è possibile mettere avanti l’essere donna, dato da cui ti hanno separato le tue qualità…” (cap. 16,5).

Da tali citazioni si comprende che un elemento rilevante della questione è l’enfasi posta sulla distanza che separa donne come Helvia dalle donne comuni, deboli e misere nel loro affannoso attaccamento agli eventi della vita quotidiana.

Anche in questa consolatio Seneca riporta alcuni exempla di “giganti” femminili del mondo latino: Cornelia, Rutilia, la sorella di Helvia.

 

Epicharis

In una breve sezione del liber XV degli “Annales” di Tacito (cap.LI-LVII) una figura minore, Epicharis, è resa memorabile per il modo in cui sono rappresentati certi suoi atti, parole e la circostanza della sua morte: è un’umile liberta che, a fronte della viltà di tanti congiurati (congiura dei Pisoni, 65 d.C.), sa resistere eroicamente a un’intera giornata di feroci torture e si sottrae a una seconda giornata trovando un modo ingegnoso di darsi la morte.

La vicenda di questa donna mostra una notevole crescita personale: Epicharis,a seguito dell’arresto, ha la forza di proseguire la propria lotta contro il potere imperiale modificando le sue “armi”; nel momento in cui non le è più concesso alcuno spazio di intervento attivo sulla società compie la scelta del suicidio, presentato come il suicidio di un sapiens stoico, atto estremo di affermazione della libertà, di denuncia verso chi la opprime.

La descrizione delle torture cui Epicharis è sottoposta è piuttosto cruda, ma è essenziale a comprendere a fondo la carica rivoluzionaria del suo atto, simbolo di un grado superiore di accettazione del proprio destino e della realtà circostante:

“…portata alle stesse torture su di una portantina perché con le membra slogate non poteva più stare in piedi, pose il collo entro un laccio formato da una fascia che aveva tolto dal petto e legato ad arco sulla spalliera a mo’ di capestro e, premendo con tutto il suo peso, spinse fuori dal corpo la poca vita che ancora le restava.” (cap. LVII).

Il giudizio che Tacito pronuncia su questo personaggio è perentorio:

“Questa schiava liberata (libertina mulier), che in una situazione così grave difendeva gente estranea…,offerse un esempio tanto più luminoso (clariore exemplo) proprio quando dei nati liberi e uomini e cavalieri romani e senatori, che la tortura non aveva ancora toccato, si affrettavano a tradire ciascuno le persone più care.” (cap. LVII).

 

 

 

7.Lucia Mondella

 

 

All’interno de “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni i personaggi femminili sono numerosi e ciascuno di essi è dotato di un’eccezionale personalità, che lo caratterizza in maniera assolutamente originale. Il loro ruolo è decisivo per l’evolversi della vicenda e per la sua risoluzione. Sono figure di varia estrazione sociale e culturale: Lucia, Agnese, Perpetua, Gertrude, la vecchia (presso l’Innominato), la madre di Cecilia, donna Prassede, per citare le più importanti.

Ognuna di esse dimostra, secondo modalità differenti, la propria determinazione ed il proprio vigore interiore; tuttavia ritengo che la donna più forte dell’intero romanzo, l’unica che realmente non ceda mai di fronte alla realtà, sia Lucia.

Un cliché grava su Lucia: quello di un personaggio caratterizzato da un “divino pudore” e da una “concentrazione soave”, una Lucia che sarebbe “la creatura più spontaneamente religiosa di tutto il romanzo, fiduciosa senza lotte, senza incertezze, senza meditazioni”. Un giudizio di questo genere, rispondente naturalmente alla verità del romanzo, pronunciato da un critico insigne quale è A. Momigliano, rischia però, a mio avviso, di essere interpretato in modo scorretto, così come testimonia il fatto che Lucia venga spesso considerata una creatura di maniera, melensa, etichettata con la qualifica di “Madonnina infilzata” (così la definisce Perpetua quando vuole sfogarsi di essere stata “infinocchiata” da Agnese, la famosa notte del matrimonio di sorpresa; e lo ripeterà più tardi don Abbondio).

Una componente importante del personaggio di Lucia è invece proprio la presenza di forti contrasti interiori e di turbamenti profondi, con l’intersecarsi e lo scontro di linee diverse.

Con questo non voglio assolutamente negare che Lucia appaia nel corso della storia, attraverso le descrizioni che di lei ci forniscono gli altri personaggi, attraverso le sue reazioni immediate agli eventi, attraverso il suo modo di rapportarsi con gli altri personaggi del romanzo, una fanciulla fragile, timorosa di Dio, timida, estremamente pudica. Ciò che intendo dire è che dietro i rossori, i tremori, i pianti ed i singhiozzi che caratterizzano Lucia pressoché in ogni circostanza, si cela una vitalità straordinaria.

Nel romanzo Lucia è il cuore che batte più forte; in certi momenti si sente solo battere il suo cuore. Lucia è tanto viva che agisce su tutti quelli che l’avvicinano. Rappresenta la coscienza più retta, più delicata. È la fanciulla del miracolo, tiene in mano tutto il romanzo. In mezzo al suo gran crepacuore non perde mai la calma, perché ha sempre un respiro più ampio, in Dio, dal quale deriva la forza di portare il dolore e dominare l’amore. È la creatura che veramente ha accolto l’invito evangelico “ di non temere di nulla”: “Paura di che? Diceva la voce soave…”.  

Una donna forte con gli altri

La carica spirituale di Lucia si esplica efficacemente ogni qualvolta essa si trovi ad interagire con gli altri, siano essi i suoi cari o sconosciuti.

Basti pensare all’influsso positivo che la fanciulla esercita su Renzo, al punto che, nel cap. II, egli recede dal progetto di dare libero sfogo alla propria ira nei confronti di don Rodrigo nel momento in cui gli sovviene il pensiero della giovane amata:

“ – E Lucia? – Appena questa parola si fu gettata a traverso di quelle bieche fantasie, i migliori pensieri a cui era avvezza la mente di Renzo, v’entrarono in folla. Si rammentò…, si rammentò di Dio, della Madonna e de’ santi,…Ma il pensiero di Lucia, quanti pensieri tirava seco!…” (cap. II).

L’immagine di Lucia è sempre intimamente connessa ad un ideale di purezza, ogni sua scelta è vincolata ad una rettitudine e coerenza morale che costituiscono la vera potenza della sua personalità: “potete voi dubitare ch’io abbia taciuto se non per motivi giusti e puri?…” (cap. II).

Il suo carisma non le concede di arrendersi mai, la stimola ad esprimere sempre le proprie convinzioni, anche qualora non riesca ad imporre il suo punto di vista. Nel cap. VI, quando viene prospettata l’ipotesi di realizzare un matrimonio di sorpresa, Lucia si oppone con fermezza sulla base dei propri principi etici e religiosi:

“Se è cosa che non istà bene, non bisogna farla…Son imbrogli, non son cose lisce. Finora abbiamo operato sinceramente: tiriamo avanti con fede, e Dio ci aiuterà…” (cap. VI).

Un atteggiamento analogo emerge allorché Lucia tiene testa per un certo tratto a padre Cristoforo quando la vuole sciogliere dal voto:

“Ma non è peccato tornare indietro, pentirsi d’una promessa fatta alla Madonna? Io allora l’ho fatta proprio di cuore…” (cap. XXXVI).

In ogni caso i segni più tangibili della forza di cui Lucia è dotata si riscontrano nella capacità della giovane di condurre i personaggi più inquietanti del romanzo attraverso un percorso di rigenerazione, di purificazione, giungendo ad una vera e propria metamorfosi: faccio riferimento fondamentalmente all’evoluzione interiore subita da Gertrude, dal Nibbio, dall’Innominato.

Per quanto concerne Gertrude, il rapporto che si istituisce tra lei e Lucia assume una valenza molto particolare, in quanto in esso la monaca intravede un mezzo di espiazione, la possibilità di una rinascita morale attraverso l’ingenuità e l’innocenza di Lucia:

“…ma tutto si perdeva nella soavità d’un pensiero che le tornava ogni momento, guardando Lucia: - a questa fo del bene. -…” (cap. XVIII).

Il profondo attaccamento della monaca a Lucia, indice della radicale svolta impressa alla sua personalità, traspare dalla reazione di Gertrude all’ordine impostole da Egidio di collaborare al rapimento di Lucia:

“La proposta riuscì spaventosa a Gertrude. Perder Lucia per un caso impreveduto, senza colpa, le sarebbe parsa una sventura, una punizione amara: e le veniva comandato…di cambiare in un nuovo rimorso un mezzo d’espiazione.” ( cap. XX).

Da queste parole si comprende il carattere di debolezza che connota la figura di Gertrude; si perviene ad un ribaltamento dei ruoli: Lucia, pur mantenendo la fisionomia dell’oppressa, esercita una forma di controllo su Gertrude, la quale, ancora una volta nella sua esistenza, si trova in una posizione di dipendenza. Nonostante la sua superiorità gerarchica, non è in grado di ribellarsi ad una condizione che ritiene insostenibile e lo stesso intervento di Lucia non è sufficiente a modificare lo stato delle cose, poiché Gertrude in prima persona rinuncia a lottare, arrendendosi ad un’amara sconfitta.

La forza di Lucia e la sua incredibile statura morale sono percepibili non solo attraverso una relazione intima, personale, ma anche tramite poche, ma sconvolgenti parole pronunciate dalla giovane contadina. Solo così possiamo realmente giustificare lo stato d’animo del Nibbio dopo aver rapito Lucia, aver udito le sue preghiere e le sue suppliche, aver osservato il suo volto, il suo sguardo, il terrore nei suoi occhi:

“Ma…dico il vero, che avrei avuto più piacere che l’ordine fosse stato di darle una schioppettata nella schiena, senza sentirla parlare, senza vederla in viso…M’ha fatto troppa compassione…Non ho mai capito così bene come questa volta…tanto tempo…! piangere, pregare, e far cert’occhi, e diventar bianca bianca come morta, e poi singhiozzare, e pregare di nuovo, e certe parole…” (cap. XXI).

Le parole di Lucia hanno un tale effetto in quanto in esse si legge la Parola di Dio, la fede indiscussa.

Anche la vecchia cinica e stizzosa presso il castello dell’Innominato non può rimanere impassibile innanzi all’invocazione della Vergine Maria pronunciata con accoramento da Lucia:

“Quel nome santo e soave, già ripetuto con venerazione ne’ primi anni, e poi non più invocato per tanto tempo, né forse sentito proferire, faceva nella mente della sciagurata che lo sentiva in quel momento, un’impressione confusa,…come la rimembranza della luce, in un vecchione accecato da bambino.” ( cap. XXI).

La frase che sintetizza perfettamente il personaggio di Lucia in tutte le sue sfaccettature è senza dubbio:

Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia…” (cap. XXI).

È una frase che torna ripetutamente sulle labbra di Lucia ed è proprio questa frase che favorisce il processo che porta l’Innominato alla soglia della conversione. Lucia, benché misera ed indifesa, espone l’Innominato ad una serie di moti interiori che sono il segno dello stato di crisi latente in cui il personaggio si trova.

Anche in questo caso assistiamo ad un capovolgimento drastico di ruoli: Lucia tiene il suo oppressore, il quale diviene vittima consapevole di sé stesso, ma contemporaneamente è ancora lei a rappresentare il punto di salvezza dell’Innominato:

“Di maniera che gli parve un sollievo il tornare a quella prima immagine di Lucia…le posso anche dire: perdonatemi…se una parola, una parola tale mi potesse far bene, levarmi d’addosso un po’ di questa diavoleria, la direi;…” (cap. XXI).

“Fu quello un momento di sollievo…Aspettava ansiosamente il giorno, per correre a liberarla, a sentire dalla bocca di lei altre parole di refrigerio e di vita;…” (cap. XXI).

 

Una donna forte con sé stessa

Oltre al manifestarsi di Lucia per via di relazioni interpersonali il personaggio si realizza anche quando è solo con sé stesso. Lucia è un personaggio de “I promessi sposi” cui è assai spesso correlata una nozione di angoscia.

L’energia che ella libera per far fronte alle avversità ed ai drammi strettamente personali, psicologici, si rivela direttamente proporzionale alla sua fede, dono, ma anche e soprattutto conquista, attraverso cui Lucia riesce a discernere quali siano le circostanze reali necessarie, che bisogna accettare coraggiosamente (non si tratta di semplice rassegnazione), e quali siano gli aspetti della realtà sui quali intervenire attivamente, con un atteggiamento di esplicita rivolta.

L’esperienza che più duramente prova il carattere di Lucia, dimostrandone dunque inequivocabilmente l’assoluta integrità morale, si colloca durante la terribile notte di prigionia nel castello dell’Innominato, quando la giovane, disperata, pronuncia un voto di castità alla Madonna. La scelta in sé dimostra già uno straordinario coraggio e un acuta consapevolezza delle proprie responsabilità. Inoltre la lunga riflessione spirituale condotta da Lucia consolida la sua dote di fermezza.

Ad una situazione iniziale di profondo disagio, ad una sensazione di impotenza, si sostituisce progressivamente il pensiero di Dio, della Sua misericordia, che rendono possibile il superamento autonomo della crisi:

“…e fu vinta da un tale affanno, che desiderò di morire. Ma in quel momento, si rammentò che poteva almen pregare, e insieme con quel pensiero, le spuntò in cuore come un’improvvisa speranza…sentì entrar nell’animo una certa tranquillità, una più larga fiducia…col nome della sua protettrice tronco tra le labbra, Lucia si addormentò di un sogno perfetto e continuo.” ( cap. XXI).

Il personaggio di Lucia ideato dal Manzoni si presenta dunque come un gigante, poiché ogni fragilità diviene in esso un motivo di ulteriore forza.

È interessante analizzare in quale misura e limitatamente a quali aspetti Lucia sia da considerare una figura reale e quali siano invece i tratti più dichiaratamente ideali.

Personalmente ritengo che il profilo esteriore di Lucia, la sua caratterizzazione culturale, sociale, economica ed in prima analisi anche morale, siano estremamente realistici, dal momento che si innestano senza alcun attrito nel contesto della civiltà campagnola seicentesca.

D’altra parte, però, Lucia è anche un personaggio ideale, nel momento in cui diviene il personaggio del “dover essere”, esemplare, costruito a scopo di parenetica cattolica.

Lucia è la creatura manzoniana per eccellenza, riproduce il complesso delle istanze etico-religiose di Manzoni a seguito della conversione.

La sua fisionomia coincide perfettamente con quella risultante dal “progetto uomo” elaborato dal concilio di Trento, che Manzoni trasla su un profilo femminile, dando vita all’ideale cattolico di sposa cristiana.

Non pienamente giustificate e fondate sono a mio avviso le ipotesi critiche che mirano ad identificare il personaggio di Lucia con Enrichetta Blondel, moglie di Manzoni: audaci supposizioni di tal genere non possono che disintegrare e dissipare la potenza di un’anima che sopravvive solo in quanto racchiusa nel contesto romanzesco.

 

 

 

8.Donne e filosofia…

 

 

Se dunque può apparire inequivocabile, a seguito dell’iter percorso sino ad ora, il fatto che il sesso femminile sia stato in passato e sia quasi certamente anche oggi caratterizzato da un’inconfondibile forza interiore e tenacia, a mezzo delle quali interviene costantemente ed efficacemente sulla realtà quotidiana, non dobbiamo dimenticare che la cultura occidentale si è dimostrata sino ad oggi relativamente androcratica, evidenziando spesso una visione parziale e conseguentemente mistificante della dimensione femminile e delle sue peculiarità.

A questo proposito bisogna riconoscere la fondatezza di alcune asserzioni formulate dalle femministe degli anni ’70; le quali hanno denunciato la condizione di asservimento cui la cultura, di impronta prioritariamente maschile, le relegava (da “ Rivolta Femminile – autrice Carla Lonzi):

Ø      “non riconoscendosi nella cultura maschile, la donna le toglie l’illusione dell’universalità”.

Ø      “L’uomo ha sempre parlato a nome del genere umano, ma metà della popolazione terrestre lo accusa ora di aver sublimato una mutilazione”.

Ø      “La forza dell’uomo è nell’identificarsi con la cultura”.

Queste considerazioni acquistano ulteriore validità e rilevanza se si focalizza l’attenzione su una particolare branca della cultura: la filosofia.

Ritengo sia un interessante elemento di riflessione il fatto che personalità dotate di un’eccellente acutezza psicologica ed originalità intellettuale, brillanti da un punto di vista culturale, non siano state in grado, o forse non abbiano voluto, riconoscere al sesso femminile le qualità che lo connotano. Anzi, il loro intento è pressoché sempre stato, malgrado la diversità delle posizioni, degli indirizzi, delle scuole, quello di rimuovere, di principio o di fatto, il sesso femminile, di escluderlo da un ruolo attivo in filosofia e negli altri ambiti del sapere.

Hanno in genere mostrato un atteggiamento di svalutazione nei confronti dell’intelletto e complessivamente della natura femminile.

Anche in questo caso può essere significativo riflettere su alcuni punti del manifesto del movimento femminista del luglio del 1970 (da “Rivolta Femminile” – autrice Carla Lonzi):

Ø      “Chiediamo referenze di millenni di pensiero filosofico che ha teorizzato l’inferiorità della donna”.

Ø      “Della grande umiliazione che il mondo patriarcale ci ha imposto noi consideriamo responsabili i sistematici del pensiero: essi hanno mantenuto il principio della donna come essere aggiuntivo per la riproduzione dell’umanità, legame con la divinità o soglia del mondo animale; sfera privata e pietas. Hanno giustificato nella metafisica ciò che era ingiusto ed atroce nella vita della donna”.

Si percepisce in queste parole un tono di profondo risentimento, giustificato dal fatto che da Aristotele in avanti rarissimi sono stati i casi di filosofi che riconoscessero alla donna dignità di creatura umana; tra questi degno di menzione è Platone, il quale nella Repubblica rivendica la parità dei diritti per le donne, ammettendole addirittura allo studio della filosofia. Purtroppo però in quest’opera si illustra soltanto un’utopia.

Nel Timeo invece, quando espone la dottrina della metempsicosi, sostiene che le anime sono in origine maschili: quelle che vivono indegnamente sono destinate a reincarnarsi in un corpo femminile, e se nuovamente non si comporteranno adeguatamente trasmigreranno in un corpo animale. In tal modo egli assegna alla donna lo statuto di essere inferiore, a metà tra l’uomo e l’animale.

A testimonianza del fatto che secoli di esperienza non hanno contribuito ad una apprezzabile evoluzione della concezione della donna, riscontriamo simili posizioni ancora da parte dei filosofi del XIX secolo: Schopenhauer, Hegel, Comte (ma anche Nietzsche ed altri).

 

Arthur Schopenhauer

Per quanto riguarda il caso di Schopenhauer (1788-1860), egli esplicita nelle sue opere un atteggiamento decisamente misogino, non limitandosi a teorizzare l’inferiorità della donna, ma abbandonandosi ad una critica feroce, segno tangibile di un disprezzo verso tutto ciò che concerne la natura femminile.

La lettura di un testo che raccoglie in un modesto volume tutte le considerazioni sul sesso femminile, disseminate nelle diverse opere di Schopenhauer, per quanto sia di limitato valore filosofico, chiarisce inequivocabilmente l’ottica attraverso la quale il filosofo scruta e valuta la personalità femminile. Il libro in questione si intitola, significativamente, “L’arte di trattare le donne”, a cura di Franco Volpi (ed. Adelphi).

È articolato al suo interno in alcune rubriche, ciascuna delle quali sviluppa una particolare tematica.

Il mio intento è quello di selezionare alcune delle citazioni riportate allo scopo di delineare il profilo della donna “schopenhaueriana” e di esaminarlo in sinossi con quello che si desume dalla trattazione che ho condotto sino ad ora.

Innanzitutto illuminante è la definizione della donna quale “sexus sequior”, secondo sesso, destinato ad una fisiologica subordinazione al sesso primo, ossia quello maschile.

La donna, oltre ad esistere solo in quanto inerisce all’uomo attraverso vincoli di carattere sociale, non possiede statura propriamente umana, ma “occupa una specie di gradino intermedio tra il bambino e l’uomo, che è il vero essere umano” (pag. 36).

La dipendenza della donna dall’uomo è determinata da una condizione di inadeguatezza di ordine sia fisico che intelletuale, che la porta ad organizzare la propria intera ed inutile esistenza in funzione dell’uomo a lei più vicino: “è nella natura della donna considerare tutto solamente come mezzo per conquistare il maschio” (pag. 34).

Principale caratteristica dell’individuo femminile è la “miopia intellettuale” (pag. 40) e la “scarsa intelligenza” (pag. 38) che comportano la percezione delle cose più vicine a sfavore delle realtà più profonde che solo l’uomo è in grado di cogliere.

Dalla loro inettitudine, dalla loro inferiorità fisiologica, morale consegue che esse non possiedono legittimamente alcun diritto: “Quando le leggi concessero alle donne gli stessi diritti degli uomini avrebbero anche dovuto munirle di un’intelligenza maschile” (pag.82), “Alle donne come ai preti non va fatta alcuna concessione” (pag. 82).

Poiché le donne non recano alcun effettivo vantaggio alla vita degli uomini, poiché “non possono avere genio: hanno tutt’al più talento” (pag. 88), poiché ogni relazione personale intessano (matrimonio, maternità etc.) si rivela superficiale, Schopenhauer si sente autorizzato ad affermare che la donna costituisce la rovina della società moderna: “Sono loro che hanno maggiormente contribuito ad inoculare nel mondo moderno la lebbra che lo rode”.

Eppure, dopo aver letto questo testo, la mia impressione è che la stessa radicalità con cui Schopenhauer afferma determinate proposizioni, l’asprezza con la quale esprime le sue valutazioni, pare celare una considerazione differente del sesso femminile. Certamente i suoi giudizi non sono antifrastici, ma probabilmente le sue infelici esperienze autobiografiche con il gentil sesso hanno generato in lui una sorta di timore nei confronti delle donne, che si sono dimostrate in grado di renderlo vulnerabile, quasi a prova del fatto che il vero “sexus sequior” è quello maschile.

Naturalmente non ho le competenze adeguate per svolgere un’analisi psicoanalitica della personalità di Schopenhauer, perciò mi limito a riportare una sua ulteriore affermazione:

Più guardo gli uomini, meno mi piacciono. Se soltanto potessi dire la stessa cosa delle donne, tutto sarebbe a posto”.

Auguste Comte

In un saggio intitolato “Discorso sull’insieme del positivismo”, pubblicato nel 1848, il filosofo francese Auguste Comte (1798-1857) sostiene che la diffusione del positivismo sarebbe coincisa con la realizzazione di un “sistema rigoroso” di conoscenze scientifiche e con la fondazione di nuovi principi morali e politici, intesi al progresso generale.

All’interno del saggio un capitolo è dedicato alla funzione della donna nella costruzione della nuova società.

Il pensiero di Comte a questo proposito è per certi aspetti piuttosto ambiguo, tende a ricercare una forma di prudente equilibrio, che non comprometta eccessivamente la sua posizione.

Afferma la netta superiorità del sesso femminile su quello maschile, ma immediatamente dopo elenca una serie di limitazioni cui le donne sono soggette in ragione della loro natura. Come anche Schopenhauer, Comte ritiene che le donne siano vincolate maggiormente al meccanismo della specie umana ed alla sua conservazione, ma differentemente dal primo afferma che ciò costituisce un pregio: “Il sesso femminile è certamente superiore al nostro per quanto concerne l’attributo della specie umana più necessario; la tendenza a far prevalere la socialità sull’individualità.”.

A questo punto però istituisce una distinzione tra il mondo materiale, ossia l’unico reale, e quello spirituale; relativamente a quest’ultimo la donna rappresenta la vera dominatrice, poiché la sua forza morale e la sua capacità di amare la collocano in una condizione privilegiata: “Dal punto di vista morale, senza far riferimento alcuno alla sua destinazione materiale, (il sesso femminile) merita sempre la nostra tenera venerazione, in quanto rappresenta, a differenza di quello maschile, il tipo più puro e immediato dell’Umanità”. “Se bisognasse soltanto amare, come nell’utopia cristiana relativa a una vita futura liberata da ogni necessità materiale, la donna impererebbe.”.

Purtroppo però questa superiorità affettiva, che Comte definisce “diretta”, risulta insufficiente nella realtà sociale, in cui “la legge ordinaria del regno animale”, la legge del più forte, la lotta per la sopravvivenza dell’individuo, rendono necessario il dominio del sesso maschile “malgrado il suo grado inferiore di moralità”, poiché l’uomo evidentemente supera la donna in tutti i generi di forza, non soltanto fisica, ma anche spirituale e caratteriale.

Anche evitando di infierire sull’apparente contraddittorietà, mancanza di coerenza del testo, si è costretti a rilevare, anche da parte di un pensatore che si presenta come assolutamente razionale e scientifico, la tradizionale concezione di subordinazione della donna, che la esclude da ogni ambito della vita pubblica e la relega in una dimensione unicamente domestica: È così che in tutte le società umane la vita pubblica appartiene agli uomini e la vita delle donne è essenzialmente domestica. Lungi dal cancellare questa diversità naturale, la civiltà si sviluppa continuamente, perfezionandola”.

 

Georg Wilhelm Friedrich Hegel

Come le femministe degli anni ‘70 avevano compreso perfettamente, esprimendo il proprio dissenso, a nome di tutte le donne, nei confronti delle ideologie hegeliane, il pensiero del filosofo in questione è “sottilmente” orientato ad un maschilismo accentuato.

Il Λόγος di Hegel (1770-1831) è manifestatamente fallocratico, non prende in significativa considerazione il sesso femminile, riconoscendolgli la condizione che gli è propria.

Questo concetto è esplicitato chiaramente da alcuni punti del manifesto del movimento femminista del luglio del 1970 (da “Rivolta Femminile” – autrice Carla Lonzi):

Ø      “Sputiamo su Hegel”.

Ø      “La dialettica servo-padrone è una regolazione di conti tra collettivi di uomini: essa non prevede la liberazione della donna, il grande oppresso della civiltà patriarcale”.

Inoltre Hegel dà voce alla sua infima stima del genere femminile attraverso una sconcertante rappresentazione della donna come fisiologicamente, sessualmente inferiore all’uomo:

“…nella femmina i testicoli restano avvolti nelle ovaie senza passare nell’opposto né diventare per sé il cervello attivo, mentre il clitoride rappresenta il sentimento passivo in generale. Nell’uomo invece troviamo il sentimento attivo,…L’uomo è, per effetto di tale differenziazione, il principio attivo mentre la donna è il principio passivo in quanto essa permane nella sua unità non sviluppata…nella donna troviamo l’elemento materiale, nell’uomo la soggettività.” (da “Speculum” di Luce Irigaray – ed. Feltrinelli - cap. “…l’eterna ironia della comunità..” – pag. 199).

 

Questa è solo una rapida rassegna di pareri teoricamente “autorevoli”, che forse però offre un’ulteriore conferma dell’assurdità del cosiddetto principio dell’ “Ipse dixit”.

 

 

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