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La Memoria Storica

A cura di Maria Luisa Fonte 

Quando avveniva che la sventura stava per abbattersi sul suo popolo, il Baal-Shem Tov usava ritirarsi in raccoglimento in un dato punto del bosco. Ivi giunto, accendeva un fuoco e recitava al cielo una preghiera: e il miracolo si compiva, e la sventura era scongiurata.

Gli anni passarono: e toccò al suo discepolo, il Maghid di Mesritsch, intervenire per scongiurare le sventure che via via, minacciose, si profilavano. In quei momenti, il Maghid si recava nel bosco e diceva: “Signore del cielo, prestami ascolto. Come vada acceso il fuoco non lo so, nessuno me lo ha insegnato oppure l’ ho dimenticato. Però la preghiera sono ancora capace di recitarla, e credo che basterà”. E il miracolo si compiva.

Gli anni passarono, nubi cariche di sventura si addensavano.

Dal suo ritiro nascosto nel bosco Rabbi Moshe Loeb di Sasow diceva: “Non so come vada acceso il fuoco, non conosco la preghiera: perché nessuno mi ha insegnato il modo e le parole, oppure perché io stesso li ho dimenticati. Però il luogo so come trovarlo, e forse basterà”.

E ancora il miracolo si compiva.

Poi toccò a Rabbi di Rizin scongiurare le minacce che incombevano sul suo popolo. Seduto su un pancaccio, si prese il capo fra le mani e mormorò: “Non so come vada acceso il fuoco, non conosco la preghiera, non so più trovare quel punto nel bosco: niente di tutto questo so, nessuno me l’ ha insegnato oppure l’ ho dimenticato.

Tutto quel che so fare, è tener viva la memoria di questa storia: basterà?”

Dalla tradizione orale dei Hassidim

 

Presentazione

Il percorso tocca ambiti diversi tra loro, la filosofia, la sociologia, la storia, la letteratura latina, greca e italiana; tutti gli argomenti trattati sono uniti da un filo che li lega indissolubilmente: il concetto secondo cui la memoria storica è necessaria e corre il rischio di non esserlo più. 

In quanto sapere essa ha subito gli influssi dei cambiamenti della società, in particolare, nell’età postmoderna teorizzata da Lyotard,  il sapere della memoria storica è diventato una conoscenza che si identifica con il concetto di informazione: questo non fa che renderla alle dipendenze della potenza insidiosa dei mass-media.

“L’antico principio secondo il quale l’acquisizione del sapere è inscindibile dalla formazione (Bildung) dello spirito, e anche della personalità, cade e cadrà sempre in disuso” questa è la realtà del mondo in cui viviamo: la società non richiede più all’individuo di “essere”, la giustificazione a tutto ciò è data dal fatto che “il sapere viene e verrà prodotto per essere venduto, e viene e verrà consumato per essere valorizzato in un nuovo tipo di produzione: in entrambi i casi, per essere scambiato.”

Dunque oggi si parla di sapere funzionale al guadagno, la memoria viene così spezzettata e usata a proprio piacere.

Al termine del mio corso di studi mi sono accorta di essere prossima alla fine portando in me un’eredità; mi sono resa conto del duplice volto della memoria, aedo ma contemporaneamente storico, ho allora cercato di individuare chi, oggi, si è preso l’onere nella nostra società di salvaguardare la memoria del passato.

Ho individuato un testimone in Primo Levi, cantore sofferto del nostro secolo che aveva lasciato parte dell’anima  ad Auschwitz, ma a questo punto, riflettendo su quell’eredità che ho acquisito, ho concluso che io e altri che hanno percorso il mio stesso iter di studi siamo clandestini in questa nuova società. Così riconoscendo quegli ideali che mi hanno paradossalmente ancorata alla concretezza in questi anni, è nata l’intenzione di questo percorso: analizzare la memoria storica, cercando di diventarne custode. 

 

La memoria è una mappa criptata il cui codice d’accesso è la volontà di ricordare

Viviamo in tempi ove la memoria storica serpeggia tra l’evocazione del passato, la visualizzazione del presente, il vaneggiamento del futuro.

Il nostro tempo, e in particolare la seconda metà del XX secolo in cui la memoria con la dimenticanza è  stato spesso strumento consapevole dei nuovi saperi, è stato caratterizzato da uno sviluppo tecnologico e scientifico vertiginoso che ha avuto ricadute immediate sulla vita quotidiana e sulla società in genere. Il filosofo francese Jean-François Lyotard  individua la caratteristica fondante della nostra epoca chiamata postmoderna nel venir meno delle “grandi narrazioni” metafisiche – illuminismo, idealismo, marxismo- che avevano giustificato ideologicamente la coesione sociale e ne avevano ispirato le utopie rivoluzionarie. Si è assistito dunque al progressivo declino del pensiero totalizzante: sin dall’Umanesimo l’uomo aveva reperito una ragione d’essere, una legittimazione dicendosi erede di un’antichità venerabile, l’uomo moderno a cavallo fra l’Ottocento e il Novecento si sentiva votato alla fiducia nel progresso in quanto incarnava il punto di arrivo della storia, mentre all’uomo postmoderno non rimane che lo scetticismo: gli si pone ora, in un mondo in cui c’è la dissoluzione delle verità, il problema di reperire criteri di giudizio e di legittimazione che abbiano valore locale e non universale.

La storia tramandata dalla tradizione si configura quindi come strumento di ricerca per una continuità, un mezzo che attraverso la memoria storica definisce la coscienza di ciò che è accaduto al fine di interpretare ciò che è.

Avere una memoria storica ha costituito in passato un alto obiettivo per una società di uomini imprigionati e attanagliati da un paradosso: il desiderio di poter dimenticare ciò che è stato, l’ambizione di ricordare e trovare una continuità con ciò che è avvenuto, cercando così di trasporre nella prassi la definizione degli antichi di “storia maestra di vita”. 

Troviamo come rappresentanti dei due poli opposti del paradosso due filosofi: Nietzsche e Hegel.

Il primo ritiene che l’infelicità dell’uomo sia causata dal pesante fardello del passato: egli vive in “modo storico” ed è portato inevitabilmente a rendersi conto del fatto che “l’esistenza è solo un ininterrotto essere stato”. Così, Nietzsche afferma che “ciò che non è storico e ciò che è storico sono ugualmente necessari per la salute di un individuo, di un popolo e di una civiltà”.

Dunque l’oblio è necessario alla vita, la possibilità di dimenticare il passato è funzionale al presente. La storia basata sulla memoria storica deve “servire” la vita, mentre rischia di paralizzarla e incatenare l’uomo al passato offrendogli niente più che un’arida “istruzione senza vivificazione”.

Nietzsche scrive: “solo per la forza di usare il passato per la vita e di trasformare la storia passata in storia presente, l’uomo diventa uomo”; la visione di questo filosofo non è certo ottimista: egli, infatti, intende proporre queste considerazioni (chiamate da lui stesso “inattuali”) per smascherare e criticare la società in cui vive, una società malata della malattia storica il cui promotore è stato Hegel. Quest’ultimo ha portato l’uomo a considerarsi passivo epigono del passato, lo ha portato all’“idolatria del fatto”.

I contemporanei di Nietzsche rappresentano un “generazione di eunuchi” caratterizzati da una personalità debole destinata ad essere cancellata dalla storia e dalla memoria.

Essi sono criticati in quanto credono di essere i vincitori al culmine del processo storico ma essi non sanno che riconoscere ciò che nel passato è grande e va preservato e tramandato è possibile solo “con la massima forza del presente”, “solo nella più forte tensione delle qualità più nobili”: Nietzsche non crede certo al progresso di cui si vantano gli uomini del suo tempo.

Dunque l’uomo deve saper limitare la memoria del passato fin dove essa non limita la vita e deve saper far uso dell’“antistorico”, cioè “la forza e l’arte di poter dimenticare”, e del “sovrastorico”, ossia l’arte e la religione, cioè “le potenze che distolgono lo sguardo dal divenire, volgendolo a ciò che dà all’esistenza il carattere dell’eterno e dell’immutabile”.

Simmetricamente opposta è la concezione della storia e del passato di Hegel.

Egli rappresenta il versante storicistico per cui la realtà stessa è la storia. La filosofia è strettamente legata alla storia che rappresenta l’orizzonte e la dimensione fondamentale della realtà stessa.

La filosofia dunque deve volgersi al passato, poiché solo con lo sguardo rivolto al passato si può comprendere il presente: c’è infatti uno stretto legame tra le due dimensioni temporali, esse sono connesse dalla necessità che determina il divenire storico.

La concezione hegeliana di storia è essenzialmente ottimista: la realtà è divenire, è processo; tale processo è governato dalla razionalità che progredisce verso una meta che intende raggiungere, essa è progresso verso la libertà.

Ma tutto ciò che avviene nella storia è opera di Dio. Analizzare il passato significa comprendere che esso è la realizzazione del piano di Dio, anzi la storia è ben più di questo, essa è “la rappresentazione del processo divino, assoluto, dello Spirito nelle sue forme più alte, del graduale processo attraverso il quale raggiunge la sua verità, l’autocoscienza”.

La storia come luogo del divino non può che essere positiva e orientata al progresso. Il contenuto stesso della storia è razionale. Il processo storico è l’attuarsi della libertà dello Spirito attraverso l’umanità.

Innanzitutto, nella storia lo spirito divino vive come Spirito del mondo (Weltgeist), che si incarna di volta in volta nello spirito di un popolo.

Lo spirito nella storia non è infatti un singolo, ma un “individuo determinato di natura universale”, cioè lo Spirito che vive nella coscienza di un popolo (Volkgeist), costituito da tutti quei caratteri unitari e specifici che formano un’identità storica.

La storia, in quanto mutamento implica anche il tramonto di ciò che è stato bello, la rovina di ciò che è stato potente, ma dalla morte rinasce la vita, lo Spirito che agisce nella storia ringiovanisce.

Così, quando lo Spirito di un popolo giunge al suo compimento, lascia spazio all’affermarsi dello Spirito di un altro popolo: da questa tensione di forze, il morire e il rinascere, scaturiscono la crescita e il progresso della civiltà umana.

Per Hegel perciò, volgere lo sguardo al passato non è altro che guardare la storia della libertà.

La memoria storica costituisce quindi “un” sapere, oggetto di analisi rispetto alle trasformazioni sociali, culturali, economiche e politiche.

Dunque si pone la questione: in quale misura la memoria storica è oggettivamente utile all’uomo?

Secondo Lyotard e quindi in un’ottica sociologica postmoderna, le conoscenze storiche“invece di essere diffuse in virtù del loro valore formativo o della loro importanza politica (amministrativa, diplomatica, militare), vengano fatte circolare negli stessi circuiti della moneta, e l’opposizione che le definisce cessi di essere sapere/ignoranza per divenire la stessa della moneta, conoscenza dei mezzi di pagamento/conoscenza dei mezzi di investimento”: dato ciò  quanto il sapere storico è “utile” al sistema sociale, oppure quanto esso è “disfunzionale” al sistema stesso?

In questa analisi ritagliata nella contemporaneità informatica e “globalizzata”  scompare l’uomo etico lasciando campo libero alla desertificazione della memoria storica che può e deve riapparire in brandelli funzionali al sapere economico: nel mio percorso recupero al contrario l’idea di uomo che ambisce a ripercorre il suo passato, cerca di prevedere ciò che sarà ma, alla fine, desidera più di ogni altra cosa  di non essere ciò che è stato.

A questo punto è fondamentale rintracciare la virtus ovvero il vero valore dell’atto del ricordare.

Si può infatti facilmente dimostrare quanto e come la memoria storica come fonte di conoscenza  non sia stata tuttavia produttrice di sapienza: l’uomo stolto, impegnato nelle sue guerre politiche, religiose, territoriali ha dimostrato di non aver imparato ad evitare ciò che nel passato lo ha penalizzato.

Il problema è la motivazione alla memoria.

Non è importante solo ciò che si ricorda o l’atto di ricordare in sé: il nodo fondamentale è il motivo consapevole che porta un uomo a porsi davanti al suo passato e alla storia, cercando di trarre da essa una strategia di comportamento per la vita nel futuro. 

 

I MEZZI DI TRASMISSIONE

·        L’EPICA: LA COSCIENZA DEI VALORI DI UNA CIVILTA’

La memoria di un popolo nasce e acquista consistenza laddove esso abbia maturato una coscienza dei valori che lo contraddistinguono.

La consapevolezza del possesso di un patrimonio culturale da salvaguardare e tramandare ai posteri, offre il punto di partenza da cui sviluppare una riflessione e un’interpretazione della propria realtà passata e presente. Così, ogni popolo, ogni cultura in differenti modi crea dei mezzi che attraversano il tempo e superano la mortalità dell’uomo rendendo immortali ed eterni i valori e le azioni degli uomini.

La memoria storica dunque non è tramandata unicamente dalla storiografia, anzi, nella storia ha avuto un ruolo assolutamente fondamentale la trasmissione orale, “di padre in figlio”.

La poesia epica della Grecia arcaica ne offre un esempio.

Grazie agli studi di Milman Parry, si è giunti alla conclusione che Iliade ed Odissea non siano altro che il punto di arrivo e cristallizzazione di una lunga tradizione orale.

Lo studioso americano scoprì che i cantori popolari serbi e croati, i “guslari”, erano in grado di memorizzare e recitare in pubblico canti eroici delle dimensioni dei poemi omerici, grazie ad espedienti mnemonici come le espressioni formulari (chiamate da Parry “gruppi di parole”), del tutto analoghe alle formule e agli epiteti ricorrenti nei poemi omerici.

Anche il metro usato per la poesia epica, l’esametro, è funzionale alla memorizzazione e concorre perciò a confermare la teoria oralista elaborata da Parry.

Secondo tale teoria il canto epico o più precisamente la sua esecuzione era basata su un nocciolo narrativo definito nell’Odissea (VIII, v. 481) una οίμη, una via, una traccia che era possibile scegliere all’interno della tradizione, e sul repertorio di formule.

Dunque elementi imprescindibili dalla poesia epica erano le occasioni di esecuzione e i cantori: gli aedi e i rapsodi.

Evidenziare l’aspetto collettivo della poesia epica è fondamentale: essa infatti non solo precede ogni forma di letteratura scritta ma anche la storiografia vera e propria; essa stessa si pone, in quanto veicolo di trasmissione dei valori e della memoria, come prima forma di storiografia.

In “Letterature romanze del medioevo” (1985) Alberto Vàrvaro trattando della poesia epica scrive: “l’epica stabilisce un rapporto primario fra la sua materia narrativa ed una qualche vicenda storica di rilievo per la comunità che la ricorda, sicché essa si distingue dall’altra narrativa proprio perché il suo non è un rapporto generico con la realtà bensì con avvenimenti storici precisi – che siano reali o presunti importa meno-”

L’uditorio ha un ruolo molto importante: l’aedo Femio nell’Odissea afferma di cantare per costrizione del suo pubblico (i Proci), esso è quindi sottomesso al controllo sociale, l’aedo è infatti definito (Od. XVII, v. 385) come δημιοεργός ossia come un lavoratore per la collettività al pari degli indovini, dei medici e dei carpentieri e anche Esiodo (Erga 25 s.) pone l’aedo accanto a figure artigianali come il vasaio.

Gli aedi non rivendicano la paternità dei loro “pezzi”, essi infatti sono tramiti tra la divinità e il mondo terreno e non poeti, vagando di città in città, improvvisano secondo il pubblico  e secondo le esigenze del momento modificando di volta in volta l’enorme bagaglio di canti memorizzati; il loro  legame è fondamentale, la loro azione ispiratrice non è sentita come limitazione dell’originalità individuale del cantore.

La Musa infatti è l’autorità divina riconosciuta dalla collettività su cui si fonda l’esecuzione del canto epico; il legame con la divinità è sentito fortemente tanto che gli aedi sono tutti più o meno caratterizzati da menomazioni fisiche cui è data una grande carica simbolica e divinizzante: la tradizione stessa ricorda un Omero cieco.

La funzione e la rilevanza sociale della figura dell’aedo si può comprendere attraverso i due aedi che compaiono nell’Odissea: Demodoco ( Od. VIII) e Femio ( Od. XXII).

Dal poema omerico possiamo risalire a quali potevano essere i repertori e le occasioni in cui essi eseguivano le loro improvvisazioni: Demodoco ad esempio canta in occasione di un banchetto della contesa insorta fra Achille e Odisseo, poi, durante dei giochi in piazza, accompagnato da giovani feaci che ballano, canta gli amori di Ares e Afrodite, infine, canterà la storia del Cavallo di legno.

La poesia epica dunque costituisce una sorta di παιδεία collettiva: attraverso gli eventi e le gesta memorabili essa trasmette il patrimonio di valori storici, culturali e religiosi del popolo cui appartiene. Essa si delinea anche come una sorta di mediazione tra i valori degli aristocratici, i καλοί καί αγαθοί , che desiderano autorealizzarsi ed eternarsi nella memoria di avi eroici, e i valori di una più eterogenea società.

Molto interessanti dal punto di vista antropologico sono i risultati degli studi di Eric A. Havelock, che, discendendo dalle ricerche di Parry giunse ad interpretare l’epica greca arcaica come una “enciclopedia ecumenica” o “enciclopedia tribale”, serbatoio e raccolta dell’insieme delle conoscenze e dei modelli culturali della civiltà in cui assolve una funzione educativa, in quanto depositaria del sapere collettivo.

La poesia epica infatti ha anche un aspetto prescrittivo: nell’Iliade, ad esempio, Achei e Troiani agiscono secondo comportamenti che sono descritti con abbondanza di particolari: l’esecuzione di un sacrificio o di un rito funebre, la vestizione di un guerriero, le fasi di un duello, un atto di supplica, lo svolgimento di un’ambasceria, la costruzione di una nave.

Tutti questi casi rappresentano un esempio delle situazioni, delle competenze, degli atti che tramandano e sanzionano, secondo schemi tendenzialmente standardizzati, le consuetudini sociali, comportamentali e tecnologiche del gruppo umano che le condivide e in cui ritrova la propria identità.

Tuttavia, il valore educativo e la funzione di depositaria della memoria collettiva della poesia epica, muta ben presto a causa dello stretto legame con la società.

Muta l’uditorio e muta di conseguenza anche il ruolo del cantore: egli deve tener conto delle nuove forze equilibranti della polis e prendere atto che l’interesse per la sua poesia si sta spostando gradualmente sul livello estetico-formale.

Il cantore non rappresenta più valori morali sentiti attuali dalla società, ora il suo compito è quello di eseguire fedelmente il testo memorizzato.

All’esperienza episodica e profetica dell’aedo che compone i suoi “pezzi”, si oppone il carattere istituzionale e meccanico dei rapsodi, i nuovi  cantori, i recitatori di professione dei poemi omerici e, più tardi, di quelli esiodei.

Per i rapsodi l’occasione in cui esibirsi è l’agone in cui il vincitore riceve un premio in denaro.

Naturalmente la nuova figura farà sorgere diverse problematiche; Platone nel dialogo Ione definisce l’esecuzione dei poemi omerici da parte del rapsodo un κόσμος, un abbellimento al testo.

La critica ai rapsodi di Platone si riferisce in primo luogo alla loro attività esegetica: essi non sono altro che “lodatori” di Omero e non posseggono alcuna τέχνη.

Lo scopo della recitazione dovrebbe essere quello di interpretare ed eventualmente modificare gli aspetti immorali del mito ma questo è impossibile nel caso dei rapsodi poiché essi non conoscono profondamente i contenuti della poesia che recitano.

Lo sviluppo della polis e della letteratura scritta portano a mutamenti anche radicali: la memoria viene progressivamente riposta nella pagina scritta, in particolare, nel V secolo emerge la figura del primo storico, Erodoto, definito da Cicerone “pater historiae”.

Sebbene egli non sia cronologicamente il primo storico, prima di lui c’era stato ad esempio Ecateo di Mileto, Erodoto è il primo storiografo di cui abbiamo l’opera conservata interamente e di cui abbiamo potuto ricostruire metodo e fonti.

Ciò che è di fondamentale importanza per analizzare il valore storico-antropologico delle Storie, sono i viaggi compiuti dallo storico.

Nel proemio egli definisce con precisione i confini e gli scopi che intende perseguire e afferma che la sua opera è l’esposizione delle sue ricerche.

 Erodoto dunque si riferisce alle esperienze dei suoi viaggi e non usa il termine ιστορίη nell’accezione di “storia”, ma in un’accezione più vicina all’origine di tale parola, ossia la radice ιδ del verbo vedere.

Egli vuole riferirsi ad una delle fonti principali delle sue ricerche, la visione diretta, όψις.

Ma Erodoto si serve anche di altre fonti, cioè la raccolta di notizie presso i dotti, i viaggiatori, si serve, grazie ad interpreti, dei racconti e dell’esperienza di testimoni: egli, si può dire, fa della memoria una fonte.

Erodoto, comunque, fa comprendere al suo lettore quando egli ritiene affidabile la tradizione orale raccolta e quando, invece, egli non la ritiene portatrice di fatti reali.

Questo è infatti il campo di ricerca di Erodoto: la realtà, e più precisamente, la realtà umana.

Nel proemio precisa con chiarezza che i fatti umani e gli έργα meravigliosi costituiscono l’ambito della sua trattazione poiché essi sono degni di essere ricordati nel tempo; egli dunque dichiara quali siano le motivazioni principali delle sue ricerche: in primo luogo affidare alla memoria le azioni degli uomini, perché esse conservando il κλέος, la gloria, non cadano nell’oblio; in secondo luogo indagare e scoprire quali furono le cause dello scontro fra due civiltà: quella greca e quella persiana.

La storiografia di Erodoto è stata definita “totale” in quanto l’arco di argomenti toccati nelle “Storie” è davvero molto ampio: geografia, etnografia e religione sono solo alcuni degli argomenti che arricchiscono le sue ricerche. Egli non esita a risalire a origini leggendarie quando lo ritenga utile, a tentare ingenuamente il calcolo cronologico: egli assume diversi ruoli di volta in volta: il ruolo di storico, cronista, etnografo, geografo, turista.

Egli alterna e seleziona gli argomenti che ritiene siano importanti da tramandare sebbene, in qualche caso, egli stesso dubiti della veridicità di ciò che riporta dicendo di non credere ciecamente a tutto ciò che gli viene raccontato.

Così nella parte che segue immediatamente il proemio Erodoto, inaugurando il compito che per eccellenza è attribuito alla storiografia, la ricerca delle cause, si serve, seppur con distacco, della tradizione mitica per narrare le origini del conflitto fra Greci e “barbari”, concludendo poi con l’identificazione di un punto d’inizio della rivalità con la dominazione del lidio Creso sulle città greche dell’Asia Minore.

Un altro dato non deve essere trascurato: i libri di Erodoto erano oggetto di lettura pubblica; questo fatto è molto importante se si pensa oltre che al valore ideologico dell’opera, che si pone come esempio, anche alle innumirabiles fabules (come sono state definite da Cicerone) a contenuto morale come la discussione sulla vera felicità degli uomini o sull’invidia degli dei.

Erodoto, dunque, servendosi in molti casi della memoria collettiva come fonte, affida alla memoria non solo fatti degni compiuti da uomini degni, ma anche un patrimonio di alti valori morali.     

 

·        L’IMMAGINE

L’epoca attuale ha visto un cambiamento radicale dei mezzi di interpretazione della realtà e di trasmissione della memoria.

E’ innegabile che l’indiscussa protagonista del XX secolo, in grado di influenzare modi di vita e di pensiero degli uomini, è stata, ed è tuttora, l’immagine.

Dunque, non più la semplice testimonianza di una pagina scritta, ma la rappresentazione fedele della realtà “catturata” e immortalata dalla tecnica fotografica.

La fotografia nasce nella prima metà del XIX secolo come forma d’arte accanto alla pittura da cui ha ereditato le regole di composizione e inquadratura e lo studio delle luci.

Ben presto però, l’estremo realismo possibile grazie alla tecnica fotografica, soppianterà la pittura nel compito di rappresentazione della realtà.

Il ruolo della fotografia, subisce subito una dicotomia: da una parte forma d’arte, dall’altra testimone affidabile della realtà.

Così la fotografia viene innalzata a manifesto dell’oggettività, rappresentazione svestita da ogni soggettività, e cominciano a diffondersi i réportages e le fotografie documentarie.

La prima esperienza più significativa matura a partire dal 1850 a Firenze dove la famiglia Alinari, si dedica al censimento per immagini di bellezze artistiche: da questa esperienza scaturirà la fotografia sociale, infatti, i fotografi fiorentini non si limitarono a palazzi, edifici ed opere d’arte, ma cominciarono anche a fotografare scene di vita quotidiana in città come in campagna, personaggi di rilievo come Garibaldi o anche la gente comune che si incontra per strada come gli scugnizzi napoletani o i venditori ambulanti.

Il vocabolario dell’immagine comincia ad imporsi gradualmente, la fotografia senza bisogno di commenti parla a chi la osserva, testimonia e porta la memoria visiva del preciso momento in cui essa è stata scattata.

Acquista ben presto popolarità tra i neonati fotografi la fotografia “diretta” che avrà grande successo per l’importanza assunta nel campo sociale.

Essa, infatti, non si pone l’obiettivo di giudicare la realtà, ma semplicemente di mostrarla per quello che è, lasciando a chi guarda il compito di trarre le conclusioni.

Il ruolo del fotografo diviene quello di testimone della società in cui opera, la fotografia diventa documento attendibile che non abbellisce né peggiora il mondo, lo mostra semplicemente come è.

Esponente massimo di questo atteggiamento fu il fotografo tedesco August Sander.

A partire dal 1910, egli cominciò a creare un archivio di ritratti di suoi connazionali senza distinzione di classe sociale fino ad arrivare ad un totale di 40000 ritratti.

L’intero progetto originario era costituito da venti volumi con il titolo di “Uomini del XX secolo” ma Sander riuscì a pubblicare un solo volume nel 1929, in quanto successivamente opera e archivio furono confiscati dal regime nazista.

I gerarchi del regime, infatti, si resero conto che un tale affresco della società, così crudamente oggettivo contrastava con la retorica razziale e celebrativa della propaganda ufficiale.

L’affermazione della fotografia “sociale” accompagna l’evidenziarsi della figura del fotoreporter.

Solo a partire dal 1925, però, si può parlare di vera e propria stagione del reportage, in quell’anno infatti l’industria tedesca Leica immette sul mercato una nuova macchina fotografica, di più piccole dimensioni, facile e veloce da usare.

Pochi anni dopo cominciano ad essere sempre più frequenti i servizi fotografici che compaiono sulle riviste, nasce la figura del “fotogiornalista”. La Germania si attesta come la patria di questo nuovo modo di pensare la fotografia, da lì provengono i fotogiornalista più famosi, come Erich Salomon o Felix Man.

Con l’avvento del nazismo la situazione cambia radicalmente: i giornali illustrati diventano uno strumento di propaganda del regime e numerosissimi i fotografi sceglieranno di espatriare, molti altri saranno costretti all’esilio.

Il nuovo centro del fotogiornalismo e della fotografia in genere, si trova ora negli Stati Uniti: qui si svilupperà una nuova e grande stagione artistica.

Importante da ricordare è l’anno 1936, in cui venne fondata la rivista “Life” destinata a diventare modello per tutte le riviste illustrate.

Molto interessante è inoltre la campagna fotografica commissionata e finanziata dal governo sempre nel 1936, sul territorio rurale americano.

Il fine di questa iniziativa era quello di testimoniare ed evidenziare la drammatica situazione della campagna americana dopo la crisi economica del ’29.

In realtà i fotografi ingaggiati ottennero ben più importanti risultati: grazie alla lezione della fotografia “diretta”e alla fusione di oggettività e partecipazione dell’autore al tema, quelle fotografie divennero rappresentanti universali di quell’epoca, simboli di una condizione sociale condivisa dall’umanità in quel preciso momento storico.

Le vicende belliche, infine, contribuirono ad affermare il ruolo sociale affidato ai fotoreporter: dapprima la guerra civile spagnola, poi il secondo conflitto mondiale, portarono alla luce figure divenute quasi leggendarie come Robert Capa o Henri Cartier-Bresson.

I cosiddetti fotografi di guerra si evidenziano come una figura eroica, in grado di sfidare il pericolo e l’orrore per rendere testimonianza ai propri contemporanei e ai posteri di ciò che l’uomo è in grado di fare.

Tuttavia l’epoca dei grandi totalitarismi dimostrerà anche che la presunta onestà e oggettività della fotografia è solo un’apparenza.

La propaganda dei regimi fascista e nazista ne danno la concreta dimostrazione.

E’ ormai accertato che molte fotografie sfruttate a scopi documentari furono in realtà vere e proprie messe in scena.

Si evidenzia dunque la naturale ambiguità della fotografia: essa pur partendo dalla realtà, ne offre in realtà una rappresentazione strettamente dipendente dal punto di vista, essa dipende da vari fattori che vanno dalle qualità formali delle immagini alla capacità dell’autore di cogliere l’essenza della realtà che sta cogliendo.

E’ l’intenzione del fotografo che determina la fotografia, essa è caratterizzata dalla genialità del suo autore.

Da documento la fotografia diventa arte manipolatoria di un una realtà parziale e apparente.

Ci si può domandare a questo punto quale sia oggi il ruolo della fotografia e dell’immagine nella nostra società.

Troviamo fotografi come Daniel Schwartz o Mary Ellen Mark che hanno raccolto l’eredità dei grandi fotoreporter del passato, testimoniando non più gli eventi, affidati ora alla televisione, ma i drammi e le condizioni di vita di quegli uomini che vivono al confine con i paesi ricchi dell’Occidente.

Accanto a questi ci sono i nuovi protagonisti che rielaborano il linguaggio finora sviluppato.

La fotografia ha ora carattere più visionario, è tesa ad evidenziare la natura ambigua della realtà, talvolta a sostituirsi ad essa riproducendo fatti e immagini mai esistite: in questa linea si colloca ad esempio il fotografo spagnolo Joan Fontcuberta, arrivato a produrre intere documentazioni fotografiche di avvenimenti mai accaduti.

 

 

Antologia fotografica

 

I Sommersi

 

                                          

 

I luoghi della memoria

Cortile della Risiera

 

 

I Salvati: il dovere della memoria

La memoria storica può diventare  bisogno e dovere dell’uomo: i casi in cui l’uomo eccelle in umanità oppure, i casi in cui egli smarrisce la ragione e annaspa nel buio accecato e impaurito perdendo quanto vi è di umano in lui, vanno ricordati per capire, e per essere consapevoli del punto in cui un essere umano può arrivare.

Tacito, nei primi tre capitoli del “De vita Iulii Agricolae liber”,  rivendica l’importanza  di ricordare la virtus che caratterizza gli uomini grandi e il cui mezzo per restare in vita, è la loro memoria .

Con uno sguardo nostalgico egli si riferisce all’età degli antichi, ossia l’epoca della repubblica in cui era più facile e alla portata di tutti compiere azioni degne di essere ricordate.

La memoria perciò serve principalmente a tramandare ai posteri ciò che fa onore agli uomini, conservare il ricordo degli esempi a cui gli uomini dovrebbero aspirare.

Bisogna osservare che Tacito pone l’attenzione sulla virtus come oggetto di memoria, in quanto essa deve essere al centro dell’attenzione e ad essa l’uomo deve essere votato ma contemporaneamente, egli illustra cosa comporta ciò che virtus non è.

Così, la tirannide viene descritta come il regime dispotico che si insinua nella vita degli uomini, fino ad instillare in ognuno di loro il piacere dell’inerzia, quella dulcedo otii che blocca la vita.

 Il “regime” oscura e mistifica: l’unico uomo oggetto di memoria deve essere il princeps, indipendentemente dalla virtus poiché  egli è dominus et deus.

Domiziano nel regime di terrore degli ultimi anni del suo regno, tenta di togliere voce a chiunque voglia rivendicare una certa indipendenza di pensiero; come aveva già progettato Augusto, pone la cultura al servizio del potere: senza controllo, essa costituisce un pericolo troppo grande.

La libertà di affidare alla memoria ciò che si ritiene degno, viene soppressa, comincia la lunga serie di condanne a morte dei detrattori.

Ma  Tacito esprime con lapidaria chiarezza a quali perdite può condurre la tirannide: “Memoriam quoque ipsam cum voce perdidissemus, si tam in nostra potestate esset oblivisci quam tacere”.

La memoria: questa sarà l’ancora di salvezza per gli uomini ammutoliti dal regime totalitario e deprivati di anni di vita, questo il punto di partenza da cui iniziare quando si ricomincia a respirare.

Ricordare la virtus porta al lento superamento dell’inerzia che si è insinuata negli uomini  e alla rinascita della libertà di espressione.

Proiettando le considerazioni di Tacito alla nostra epoca, in cosa possiamo dirci concordi, in cosa no?

Anche noi uomini del XX secolo abbiamo sperimentato cosa voglia dire la soppressione della libertà, l’ammutolimento, la mistificazione del reale da parte di “tiranni”, che noi abbiamo chiamato dittatori, anche noi abbiamo subito e anche noi abbiamo potuto pensare ad un certo momento “Ora si torna finalmente a respirare”, “nunc demum redit animus”.

Ma il nostro dovere di ricordare, nell’ultima metà del secolo non si è limitato e concentrato sulla virtus: ne abbiamo sperimentata così poca che sembra ora più doveroso affidare alla memoria il male che l’uomo ha perpetrato in quest’ultimo secolo: la Shoah ne incarna un esempio.

Nonostante le infinite parole che hanno espresso con forza descrittiva l’orrore che ha caratterizzato la persecuzione degli Ebrei, nonostante i numeri e le percentuali affidati alla memoria per quantificare il dolore che ogni singola vittima ha dovuto subire, la Shoah come evento non ancora definitivamente accettato dalle coscienze, giunge ai nostri tempi portando con sè la controversia tra il dovere di  ricordare ogni qual volta l’uomo si sente nel medesimo rischio e il desiderio di minimizzare attraverso la “revisione”.

Dunque, cosa significa aver memoria della Shoah?

Nessuno meglio di Primo Levi ha assunto la precisa missione di salvare la memoria.

Il chimico torinese ex-deportato con sobrietà e lucidità di scrittura sentì fin dal tempo di detenzione nel campo di sterminio di Auschwitz  l’esigenza di raccontare la sua esperienza, provò l’impulso immediato e irresistibile di rendere gli altri partecipi di ciò che aveva vissuto.

Dunque il dovere della memoria nasce in lui dal bisogno di raccontare.

Egli scrive riguardo alla testimonianza dei sopravvissuti in “Sommersi e salvati”, la sua ultima opera: “Non saprei dire se lo abbiamo fatto , o lo facciamo, per una sorta di obbligo morale verso gli ammutoliti, o non invece per liberarci del loro ricordo; certo lo facciamo per un impulso forte e durevole.”

Primo Levi non ricorre al lessico dell’orrore, non lascia spazio a sfoghi irrazionali di  rabbia o odio, i suoi libri sono privi di retorica.

Tutto ciò che egli tratta denota una fiducia nella forza ordinatrice della ragione, egli sembra aver capito durante la sua esperienza infernale che in una situazione deumanizzata come quella dei Lager, l’unico mezzo per poter rimanere attaccati alla vita è mettere ordine nel caos e nell’orrore con la forza della razionalità.

Con rigore conoscitivo egli fa un vero e proprio studio scientifico- antropologico sulle leggi che regolano la società dei Lager; così scrive dopo aver descritto la condizione dei detenuti nel capitolo “I sommersi e i salvati” di “Se questo è un uomo”: “In questo modo duro, premuti sul fondo, hanno vissuto molti uomini dei nostri giorni, ma ciascuno per un tempo relativamente breve; per cui ci si potrà forse domandare se proprio metta conto, e se sia bene, che di questa eccezionale condizione umana rimanga una qualche memoria.

A questa domanda ci sentiamo di rispondere affermativamente. Noi siamo infatti persuasi che nessuna umana esperienza sia vuota di senso e indegna di analisi, e che anzi valori fondamentali, anche se non sempre positivi, si possano trarre da questo particolare mondo di cui narriamo.

Vorremmo far considerare come il Lager sia stato, anche e notevolmente, una gigantesca esperienza biologica”

Il primo libro di Levi, “Se questo è un uomo” è scritto di getto, con l’incubo che le parole sentenziate dalle SS “Se anche sopravvivrete, non vi crederà nessuno” fossero profetiche.

Effettivamente il libro non ebbe inizialmente fortuna: la voglia di riappropriarsi della vita, caratteristica di tutti i dopoguerra, non lasciava spazio al ricordo dell’orrore, evitare di rievocare ciò che era appena stato, era per le persone un bisogno vitale.

“Se questo è un uomo” così, fu rifiutato da Einaudi e un altro editore ne stampò solo duemilacinquecento copie.

Fu Italo Calvino a scriverne una buona recensione sull’“Unità” ma Primo Levi era ormai convinto del suo fallimento.

Non solo in Italia si tacque sui campi di sterminio, anche nel resto d’Europa si preferì dimenticare, fino agli anni Sessanta, con il processo a Eichmann.

Nel 1956 Primo Levi è invitato a partecipare ad una mostra sulla deportazione: dopo dieci anni, egli si vede circondato da giovani che vogliono sapere.

Così si risveglia in lui quella dolorosa vocazione di testimone-scrittore che lo porterà a pubblicare numerosi altri libri; l’importanza dell’opera di Levi, tuttavia, non consiste nel quadro di orrore che egli delinea con estrema attenzione ad ogni aspetto materiale della vita nei Lager, ma piuttosto nel suo approccio all’argomento.

Nella prefazione di “Se questo è un uomo” egli dichiara a proposito dell’importanza documentaria del suo libro, che esso potrà piuttosto fornire “documenti per uno studio pacato di alcuni aspetti dell’animo umano” piuttosto che nuovi capi d’accusa; egli si ripropone di testimoniare con uno sguardo il più possibile distaccato e analitico.

Primo Levi descrive la condizione psicologica degli uomini che vengono demoliti nei campi di sterminio, descrive il sistema che porta l’uomo allo stato di bestia, solo in mezzo ad altre bestie, mentre la sua sensibilità si offusca.

Egli afferma che i detenuti vivevano in una dimensione senza tempo una volta che le loro capacità di ricordare erano soffocate o essi stessi avevano rinunciato ad ogni memoria per il dolore insostenibile che essa portava.

Dall’analisi del “buco nero di Auschwitz” il chimico torinese giunge ad un’analisi più ampia dell’intera umanità: esistono fra gli uomini due categorie particolarmente ben distinte, i sommersi e i salvati. 

Ma questa condizione è risultata più evidente nei Lager in quanto lì “ognuno è disperatamente ferocemente solo”, ognuno nel Lager e, in misura più attenuata nella vita, è Caino di  suo fratello.

I sommersi muoiono non malgrado il loro valore, bensì in virtù del loro valore, i salvati dei Lager non erano i migliori, i predestinati al bene.

Primo Levi nella sua visione cruda e negativa della realtà rivela lo stato d’animo, il dramma dei sopravvissuti: il senso di colpa e la vergogna che solo il testimoniare può espiare. Ma la testimonianza vera non è quella dell’esiguo numero di salvati, essi parlano e salvano la memoria dei sommersi, quelli che davvero hanno toccato il fondo.

Egli concorda con Solženicyn quando, parlando da reduce di una “simile e diversa schiavitù”, afferma che i sopravvissuti erano senz’altro dei pridurki, i prigionieri che in un modo o nell’altro si erano conquistati una posizione di privilegio, ossia i peggiori, gli egoisti, i violenti, gli insensibili, i collaboratori della “zona grigia”.

Così Levi ha accettato di assumere il compito di testimone: non si è rifugiato nella dimenticanza, anche a costo di doversi confrontare continuamente con le immagini che hanno stravolto la sua esistenza, lui, il razionale, ha cercato di comprendere qualcosa di irrazionale e asimmetrico.

Auschwitz è entrata a far parte della sua vita, del suo modo di concepire la vita, ha reso la sua esistenza il paradigma del testimone, una condizione dolorosa e piena di contraddizioni: “Il pensiero che questo mio testimoniare abbia potuto fruttarmi da solo il privilegio di sopravvivere, e di vivere per molti anni senza grossi problemi, mi inquieta, perché non vedo proporzione fra il privilegio e il risultato.”

Primo Levi ha difeso la memoria della Shoah, non si è mai tirato indietro quando gli sono stati richiesti interventi, la sua attenzione è stata spesso rivolta ai giovani,convinto che la reverenza verso di loro non comporti il silenzio sugli errori delle generazioni precedenti; egli li mette in guardia sull’insospettata attualità del valore storico dell’Olocausto: il mondo non ha imparato la lezione, nel mondo ci sono ancora campi di prigionia e luoghi dove l’uomo è demolito sistematicamente.

“Ogni tempo ha il suo fascismo: se ne notano i segni premonitori dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità e la capacità di esprimere ed attuare la sua volontà.”

Dunque bisogna essere attenti perché la soppressione della dignità e della libertà dell’uomo possono arrivare attraverso molti mezzi, non necessariamente col terrore e la violenza fisica: “inquinando la giustizia, paralizzando la scuola, diffondendo in molti modi sottili la nostalgia per un mondo in cui regnava l’ordine, ed in cui la sicurezza dei pochi privilegiati riposava sul lavoro forzato e sul silenzio forzato dei molti.”  

Il sogno ingenuo di molti di un mondo nuovo dove nazionalismo e fascismo sconfitti fossero anche cancellati è stato tradito, il sacrificio di quelle persone non è servito da monito, non ha turbato abbastanza.

Ma l’indignazione di Levi aumenta ancor di più quando nel 1980 viene fondato presso Los Angeles l’ “Institute for Historical Review” : si apre la questione del revisionismo, viene data via libera ai “cercatori di menzogne”.

Egli rifiuta categoricamente ogni teoria revisionista, a partire da quella visionaria sostenuta da Faurisson, Levi ha un atteggiamento ironico nei confronti degli istituti, delle persone che sostengono l’ invenzione della Shoah e degli storici che possono diventare fabbricanti di realtà.

La sua opinione riguardo ai Lager nazisti anche quando saranno paragonati ai Gulag dell’Unione Sovietica sarà sempre questa: “Il sistema concentrazionario nazista rimane un unicum, sia come mole, sia come qualità. In nessun altro luogo e tempo si è assistito a un fenomeno così imprevisto e così complesso: mai tante vite umane sono state spente in così breve tempo, e con una così lucida combinazione di ingegno tecnologico, di fanatismo e crudeltà.”

L’esistenza dello scrittore così si è consumata nel problema della comprensione di quei fatti: ma comprendere significa entrare nella mentalità dei carnefici, coloro che pianificarono qualcosa che è andato fuori da ogni misura umana, comprendere tutto ciò è, alla fine, giustificare qualcosa che va al di là della stessa ragione: la stupidità e la sragione sono state forze storicamente operanti.

Così Primo Levi conclude che non si può, anzi, non si deve comprendere la Shoah: l’unico messaggio che egli vuole lasciare immutato e immortale e che i posteri devono comprendere è questo:“MEDITATE CHE QUESTO E’ STATO”

 

 

Ieri

… e ancora

Ghost Town    

 

DE VITA  IVLII AGRICOLAE LIBER

Clarorum virorum facta moresque posteris tradere, antiquitus usitatum, ne nostris quidem temporibus quamquam incuriosa suorum aetas omisit, quotiens magna aliqua ac  nobilis virtus vicit ac supergressa est vitium parvis magnisque civitatibus commune, ignorantiam recti et invidiam. sed apud priores ut agere digna memoratu pronum magisque  in aperto erat, ita celeberrimus quisque ingenio ad prodendam virtutis memoriam sine gratia aut ambitione bonae  tantum conscientiae pretio ducebatur.

Ac plerique suam ipsi  vitam narrare fiduciam potius morum quam adrogantiam  arbitrati sunt, nec id Rutilio et Scauro citra fidem aut  obtrectationi fuit: adeo virtutes isdem temporibus optime  aestimantur, quibus facillime gignuntur.

At nunc narraturo  mihi vitam defuncti hominis venia opus fuit, quam non petissem incusaturus: tam saeva et infesta virtutibus tempora.

 Legimus, cum Aruleno Rustico Paetus Thrasea, Herennio  Senecioni Priscus Helvidius laudati essent, capitale fuisse,  neque in ipsos modo auctores, sed in libros quoque eorum  saevitum, delegato triumviris ministerio ut monumenta clarissimorum ingeniorum in comitio ac foro urerentur. scilicet  illo igne vocem populi Romani et libertatem senatus et  conscientiam generis humani aboleri arbitrabantur, expulsis  insuper sapientiae professoribus atque omni bona arte in  exilium acta, ne quid usquam honestum occurreret.

Dedimus profecto grande patientiae documentum; et sicut vetus  aetas vidit quid ultimum in libertate esset, ita nos quid in  servitute, adempto per inquisitiones etiam loquendi audiendique commercio.

Memoriam quoque ipsam cum voce perdidissemus, si tam in nostra potestate esset oblivisci quam  tacere. 

Nunc demum redit animus; et quamquam primo statim  beatissimi saeculi ortu Nerva Caesar res olim dissociabilis  miscuerit, principatum ac libertatem, augeatque cotidie  felicitatem temporum Nerva Traianus, nec spem modo ac  votum securitas publica, sed ipsius voti fiduciam ac robur  adsumpserit, natura tamen infirmitatis humanae tardiora sunt remedia quam mala; et ut corpora nostra lente augescunt,  cito extinguuntur, sic ingenia studiaque oppresseris facilius  quam revocaveris: subit quippe etiam ipsius inertiae dulcedo, et invisa primo desidia postremo amatur. quid, si  per quindecim annos, grande mortalis aevi spatium, multi  fortuitis casibus, promptissimus quisque saevitia principis  interciderunt, pauci et, ut ita dixerim, non modo aliorum  sed etiam nostri superstites sumus, exemptis e media vita tot  annis, quibus iuvenes ad senectutem, senes prope ad ipsos  exactae aetatis terminos per silentium venimus? non tamen  pigebit vel incondita ac rudi voce memoriam prioris servitutis ac testimonium praesentium bonorum composuisse.  hic interim liber honori Agricolae soceri mei destinatus,  professione pietatis aut laudatus erit aut excusatus.

 

Bibliografia

Jean-François Lyotard, “La condizione postmoderna”, Feltrinelli

Friedrich Nietzsche, “ Sull’utilità e il danno della storia per la vita”, Adelphi

M. De Bartolomeo- V. Magni, “Filosofia”, Atlas

AAVV, “La casa di Pavel”, Liceo Scientifico “N. Copernico” –Pavia

Franco Ferrari, “L’alfabeto delle Muse 1”, Cappelli

Franco Montanari, “Storia della letteratura greca”, Laterza

Walter Guadagnino, “Fotografia”, Zanichelli

Tacito, “La vita di Agricola”, Signorelli

Cesare Segre – Clelia Martignoni, “Testi nella storia 4”, Mondatori

Primo Levi, “Se questo è un uomo”, Einaudi

Primo Levi, “L’asimmetria e la vita”, Einaudi