relazione di studio di Francesco Carante




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"Il disagio della civiltà" (Das ungluck in der kultur) viene dato alle stampe nel 1930, ed è quindi da considerarsi opera della piena maturità di Freud.
Esso, pur prendendo le mosse dal dato clinico e senza prescinderne mai del tutto, è certamente uno dei saggi dell'austriaco che più se ne allontanano. Diverse sono le novità che questo saggio ha apportato tanto al pensiero freudiano quanto alla storia della filosofia in genere.
Nella mia trattazione ho tentato di mettere in luce tali aspetti innovativi prescindendo da quelli secondari.
Una seconda avvertenza: nel suo procedere Freud tende spesso a presupporre dati e problemi che affronta analiticamente solo in seguito. Ho cercato, per ovviare a questo inconveniente, di approfondire tempestivamente ciò che andava approfondito, anche a costo di anticipare alcuni passaggi, senza tuttavia compromettere l'impianto generale della trattazione freudiana, che al contrario mi sono sforzato di conservare.


1. La felicità

Freud pone la felicità come scopo della vita di ogni individuo. Egli non affronta il problema in termini originali, ma originale è il punto di vista psicoanalitico da cui prende le mosse. La felicità cui l'uomo può ambire, afferma l'autore, non è un valore assoluto: la pretesa dell'uomo si riduce ad evitare la sofferenza e a raggiungere una quota di piacere possibile. Si istituisce così la celeberrima dicotomia tra il principio di piacere, che inerisce all'ES, e il principio di realtà, proprio dell' IO cosciente in contatto e in rapporto col mondo circostante. Il principio di realtà si configura come il criterio in base al quale l'IO, consapevole delle limitazioni che la società impone e dei rischi che il mondo esterno comporta, ambisce al controllo dei moti pulsionali inferiori, che mira ad inibire o a sublimare.
Quest'ultimo processo consiste( cfr. "Cinque conferenze sulla psicoanalisi" ) nello scambiare la meta della pulsione (di stampo sessuale) con una a cui il mondo esterno non opponga ostacoli, censure, divieti. Nella fattispecie il piacere derivante dal lavoro intellettuale(quello dell'artista o dello scienziato) rende indipendenti dal mondo circostante, stabilendo come oggetto di piacere un processo psichico interno. Allo stesso modo il godimento derivante dalla contemplazione di un'opera d'arte,o della bellezza in genere, consiste nella creazione di un mondo fantastico come formazione sostitutiva del desiderio.
Mentre questi casi sono caratterizzati dalla consapevolezza da parte del soggetto del divario che separa la sua formazione fantastica dal mondo reale, la religione si distingue proprio nel fornire una garanzia di felicità tramite una paranoia non riconosciuta come tale, e si configura perciò come un autentico delirio collettivo. Essa è altresì limitante in quanto, omologando tutto il pensiero umano ad una dottrina, pretende di delineare una direzione unica per la ricerca individuale della felicità, che rappresenta al contrario uno dei campi in cui l'indole del soggetto ha facoltà di manifestarsi nella sua particolarità.
Il conflitto "principio di realtà- principio di piacere" può anche avere come esito, nelle persone più deboli o psichicamente meno attrezzate, la nevrosi; mentre una efficace quanto primitiva via di fuga dalle sostanze stupefacenti, che alterano il chimismo della psiche. A esulare questa stessa concezione rassegnata della felicità va considerato infine "quell' indirizzo della vita che fa dell'amore il centro di tutto e si attende ogni soddisfazione dall'amare e dall'essere amati "; esso, pur così coraggioso e appassionato, tutto fuorché compromissorio, è tuttavia lo stile di vita che più espone il soggetto alla sofferenza.


2. La civiltà

Dopo aver considerato da lontano quanto gravose siano le limitazioni imposte all'individuo dalla società, è spontaneo chiedersi perché l'umanità abbia scelto la strada dell'incivilimento. Freud in primis fornisce una definizione positiva del termine "civiltà " (kultur) : "esso designa la somma delle realizzazioni e degli ordinamenti che differenziano la nostra vita da quella dei nostri progenitori animali e che servono a due scopi: a proteggere l'umanità contro la natura e a regolare le relazioni degli uomini tra loro".
Se è vero che l'uomo ha ampiamente dimostrato che, perseguendo il primo obiettivo egli è di fatto in grado di ambire all'onnipotenza e all'onniscienza, di assurgere cioè a uno status divino, è anche vero che questo non basta a renderlo felice.


La seconda istanza pone maggiori problemi .La prima mossa che la civiltà fece per regolare le relazioni umane fu sottomettere l'arbitrio individuale alla volontà generale. Ciò implica un sacrificio, una serie di rinunce pulsionali da parte del singolo: molti degli sforzi dell'umanità si sono volti in direzione di un "accomodamento vantaggioso tra pretese civili e individuali ", che non è ancora stato trovato. La vita degli uomini ebbe storicamente un duplice fondamento. La coercizione al lavoro, data dalla necessità e la potenza dell'amor : il maschio non voleva essere privato dell'oggetto sessuale, la donna, la quale a sua volta non voleva rinunciare alla "parte" da lei separatasi, il figlio. Da ciò la formazione delle prime famiglie.
Sapendo dalla psicoanalisi che la vita pulsionale ha carattere conservativo, ovvero che la libido è riluttante ad abbandonare uno status quo raggiunto per un altro eventuale, risulta strano che la civiltà punti invece ad allargare sempre di più la comunità (potremmo immaginarci singoli nuclei familiari slegati l'uno dall'altro), collegando gli individui libidicamente, e non solo mediante vincoli d'interesse. Addirittura, la civiltà reprime la sessualità proprio per costringere i singoli a trovare soddisfacimenti sostitutivi alle loro pulsioni: le "amicizie", in effetti, non sono altro che "amore inibito nella meta".
Il rivale, evidentemente terribile, contro il quale la civiltà si organizza anche mediante repressioni e coartazioni ai danni degli individui, è Thanatos, la spinta aggressiva, la "pulsione di morte, la necessità di sedare la quale giustifica a pieno titolo il costituirsi della civiltà stessa a prescindere dal suo prezzo. Thanatos, sottolinea Freud, travalica perfino il rispetto della specie, che minaccia costantemente di distruzione. Un mero interesse razionale non basterebbe a preservare la comunità umana da una pulsione tanto feroce; è necessario contrapporle vincoli di tipo erotico-libidico. La civiltà è preposta sostanzialmente a questo, e con ciò è svelato il suo vero scopo, la sua ragion d'essere. Nel corso della storia l'uomo, conclude Freud a proposito della civiltà, ha barattato l'assenza di restrizioni pulsionali, e con ciò la possibilità di raggiungere una felicità immediata ma precaria, con un po' di sicurezza in più.


3. La metapsicologia

A seguito di questa prima trattazione occorre una risistemazione semantica dei termini principio di piacere, principio di realtà, eros e thanatos.
Freud appone una correzione sensibile alla dottrina delle pulsioni. Analizziamo la dicotomia principio di realtà-principio di piacere. Possiamo dire che mentre il primo risponde al criterio della necessità (pospone il piacere ai bisogni fisiologici e alle possibilità offerte dal mondo circostante), il secondo inerisce a quello dell' "amore"; il primo indica il modo di procedere delle pulsioni dell' io, che puntano di fatto all'autoconservazione dell'individuo, il secondo fa riferimento alle pulsioni oggettuali, in quanto "l'amore ricerca gli oggetti", e mira alla conservazione della specie.
L'introduzione del concetto di narcisismo, secondo il quale anche l'io può essere investito della libido (l'energia tipica delle pulsioni oggettuali), ha permesso di approdare alla conclusione che anche le pulsioni dell'io sono libidiche. Intuitivamente: è ora possibile considerare la necessità, volontà dell'individuo di conservare se stesso come frutto di un amore riflessivo di tipo narcisistico. Da cui possiamo trattare pulsioni oggettuali e pulsioni dell'io come "sottoinsiemi" della pulsione di vita, Eros, la cui energia caratteristica è la libido, che si contrappone in quanto forza volta alla coesione ed alla conservazione della sostanza vivente, alla pulsione di morte, Thanatos, ignota e comunque distinta dalla prima, anche per l'energia adoperata. Essa è difficilmente riconoscibile poiché, a quanto ne sappiamo, si presenta sempre congiuntamente alla pulsione di vita: anche il furore distruttivo più cieco si distingue per il piacere narcisistico di onnipotenza che se ne ricava. La forza distruttiva può essere rivolta tanto all' esterno quanto all'interno. Valgono qui gli esempi del sadismo e del masochismo, che sono altresì manifestazioni palesi della presenza congiunta di Eros e Thanatos.


4. Super-io e senso di colpa

Freud identifica con il Super-io lo strumento che la civiltà eroticamente costituita usa per frenare Thanatos. Ne rivede quindi la teoria dal punto di vista dello sviluppo libidico individuale. Una coscienza morale presuppone discernimento tra ciò che si ritiene "bene" e ciò che si ritiene " male".
Freud, scartata l'eventualità che l'uomo possa disporre di una originaria capacità discriminatoria, afferma che l'individuo, nel corso del suo sviluppo, tende sempre più a identificare con " male " ciò che " potrebbe fargli perdere l'amore ". Poca è in quest'ottica la differenza tra l'intenzione e l'azione, salvo il fatto che è più facile che l'autorità, nella fattispecie quella genitoriale della quale si teme appunto di perdere l'amore), scopra l'azione che l'intenzione; ma tale discrimen viene a cadere quando l'autorità viene introiettata e convertita nel super-io, al quale l'io non può nascondere neanche i pensieri. La tensione tra il Super-io e l'Io angosciato si manifesta con quello che chiamiamo "senso di colpa" o, in altri termini , "bisogno di punizione" . Ma se il sentimento di colpa originario, che intendiamo come semplice angoscia o paura, più precisamente come timore della punizione che l'autorità esterna può infliggere, è evitata dalla rinuncia pulsionale (possiamo dire che l'angoscia genera la rinuncia), il Super-io minaccia di aggredire l'Io a prescindere dalla rinuncia, anzi appare proprio quest'ultima, con la aggressività acuita che ne deriva, a rendere più severo e intollerante il Super-io. Il rapporto cioè si rovescia: l'angoscia produce la rinuncia, che a sua volta genera nuova angoscia sotto forma di senso di colpa. L'uomo, dice Freud, per sfuggire alla minaccia incombente di felicità esterna ha creato un'entità psichica che di fatto implica una permanente infelicità interna.
Ricordiamo brevemente le tappe individuali attraverso le quali il bambino giunge a formare il super-io. La figura paterna incarna per il bambino l'autorità, che gli impone i primi sacrifici pulsionali; il bambino sviluppa nei suoi confronti una forte dose di aggressività, un vero e proprio desiderio di vendetta, che la necessità lo costringe a reprimere; è a questo punto che il bambino stacca dal proprio Io l'istanza psichica nuova, il Super-io. Esso in primo luogo si fa portatore dell'aggressività del bambino, in secondo luogo, dal momento che l'autorità esterna foriera di sofferenza non si può sconfiggere, la introietta, la incorpora dirigendola verso l'Io. Ossia la tipologia dell'autorità, l'autorevolezza del Super-io, è effettivamente ricavata per identificazione dal modello del padre, ma la tremenda aggressività, l'accanimento, che non ha necessariamente riscontro nella figura paterna, è endogeno, è un portato della pulsione di morte del bambino.
Dalla profonda analisi del Super-io individuale risulta evidente come il "senso di colpa" sia l'espressione psichica interna del conflitto atavico Eros-Thanatos : è Eros, con la paura di perdere l'amore, che pone le basi della coscienza morale, la quale d'altra parte diviene pure valvola di sfogo di Thanatos. Tale contraddittorietà stridente è acuita dalla civiltà, che è data dalla spinta erotica ad allargare la comunità e in generale gli affetti dell'individuo; tale obiettivo può essere raggiunto soltanto grazie a un'ulteriore inibizione, che poi è sfogo riflessivo, dell'aggressività. Il senso ci colpa diviene in quest'ottica il problema più importante dell'incivilimento umano, e con esso la progressiva perdita di felicità che ne deriva e che costituisce il "prezzo del progresso civile".
Premesso che il senso di colpa nell'accezione freudiana è da riferirsi e un'azione non compiuta, chiamiamo rimorso il sentimento che si prova a seguito di un crimine effettivamente compiuto. In generale possiamo dire che mentre questo secondo stato d'animo dovrebbe sempre essere conscio, il senso di colpa vero e proprio tende a non essere riconosciuto come tale e a manifestarsi come una sorta di malessere, di angoscia, un disagio che, visto quanto detto in precedenza, possiamo a buon diritto riconoscere come il "disagio della civiltà" del titolo.


5. Il Super-io civile

L'ottavo ed ultimo capitolo affronta il tema del parallelismo, secondo Freud del tutto evidente, tra evoluzione individuale e incivilimento; l'ultimo sensazionale approdo del libro è la formulazione della teoria del Super-io collettivo. Per dimostrarne la fondatezza, Freud lo ricava per analogia da quello individuale, preso in considerazione questa volta dal punto di vista filogenetico.
Come si formò originariamente, storicamente il Super-io individuale? In epoca preistorica i fratelli coalizzati dovettero uccidere effettivamente il padre, da cui il rimorso, risultato dell'ambivalenza emotiva primigenia verso il padre stesso: odio, certo, ma anche amore (ancora Eros vs Thanatos). Fu proprio questo amore a ripristinare la figura paterna mediante l'istituzione del Super-io, quasi a punire quell'atto di aggressione. Soltanto nelle successive generazioni possiamo parlare di "senso di colpa", mutuato "geneticamente" dall'originario rimorso.
Parallelamente la società sviluppa una sorta di coscienza morale basata sull' impressione che hanno lasciato di sé grandi personaggi carismatici, che in vita furono snobbati, bistrattati o addirittura uccisi. Essi, proprio come il "padre primordiale", dopo la morte violenta divengono sorte di divinità: l'esempio più calzante ed eclatante è senza dubbio Gesù Cristo.


6. Il pessimismo di Freud

Una medesima obiezione può essere sollevata nei confronti tanto del Super-io individuale quanto di quello collettivo. Il loro modo di procedere è, per citare Freud, "non psicologico": nei loro precetti e divieti essi non tengono sufficientemente conto delle resistenze all' ubbidienza, in primo luogo la forza pulsionale dell'Es, ma anche le concrete difficoltà poste dal mondo circostante. Un palese esempio del fatto che il Super-io "non si cura degli elementi di fatto della costituzione psichica umana" è il comandamento "ama il prossimo tuo come te stesso", volto a sconfiggere l'aggressività umana, il quale sminuisce il valore dell'amore, è sostanzialmente irrealizzabile e per di più espone chi lo applica, privato di ogni difesa, all' infelicità. Dice Freud : "Che immane ostacolo alla civiltà deve essere la tendenza aggressiva, se la difesa contro di essa può rendere tanto infelici quanto la sua stessa esistenza!".
La pessimistica conclusione di Freud è che ad ogni passo fatto dalla civiltà verso la sedazione, il controllo o l'abolizione di Thanatos corrisponderà un aumento del senso di colpa (e parallelamente a una perdita di felicità) da parte del singolo. Non solo. Tale sacrificio individuale potrebbe non bastare: tanto più oggi che l' uomo possiede gli strumenti tecnici per procedere alla propria stessa autodistruzione, l' aggressività originaria potrebbe avere comunque la meglio su Eros, a dispetto degli immani sforzi di quest' ultimo.


7. In sintesi

La teoria psicologica freudiana viene rivisitata: la la pusione di morte presente fin dai tempi di "Al di là del principio del piacere" (1920), trova qui la sua sistemazione definitiva, mentre puslioni oggettuali e pulsioni dell'Io rivelano la loro analoga natura libida, erotica.
Anche l'istanza del Super-io è soggetta a ripensamento, considerata analiticamente nella sua formazione e dal punto di vista filogenetico e dal punto di vista ontogenetico. La sua carica aggressiva risulta in realtà figlia della pulsione di morte del soggetto, non tanto dell'aggressività paterna presente nel corso dell'infanzia.
Altra conquista innovativa è quella del Super-io della civiltà, una sorta di coscienza morale collettiva, ricavato dal modello di quello individuale.
La civiltà, che sorge a collegare libidicamente gli individui allo scopo di evitare il trionfo di Thanatos, la pulsione di morte, agisce proprio mediante il Super-io, il quale non solo fornisce una norma comportamentale, ma diviene automaticamente la valvola di sfogo della aggressività dei singoli: essi, non potendo liberare verso l'esterno la propria forza distruttiva, la rivolgono contro il proprio stesso Io.
Il portato individuale del conflitto Eros-Thanatos è il "senso di colpa" che, lungi dall'accezione comune, è ridefinito da Freud come una sorta di disagio, di angoscia, e rappresenta il "termometro" della tensione tra i desideri dell'Io e la severità del Super-io, che tende a inasprirsi a seguito della rinuncia pulsionale.
La pessimistica conclusione di Freud è che, ammesso e non concesso che la civiltà (che in sè è tutt'altro che un male) riesca a sedare Thanatos, o quanto meno a controllarlo tramite legami libidici, è pur vero che ad ogni passo avanti fatto dalla civiltà in questo senso corrisponderà un aumento del senso di colpa (e parallelamente una perdita in termini di felicità) da parte del singolo.

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